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La Stampa: firmato l'accordo preliminare per la vendita a SAE

Dovrebbe finalizzarsi entro giugno la vendita del quotidiano La Stampa al Gruppo SAE. Lo dice il preliminare firmato tra il Gruppo GEDI e il Gruppo SAE che ieri lo hanno annunciato in una nota congiunta. Si legge che "la cessione comprende anche le testate collegate, le attività digitali, il centro stampa, la rete commerciale per la raccolta pubblicitaria locale, nonché le attività di staff e di supporto alla redazione".
"L'esperienza maturata dal Gruppo SAE, che opera nei settori dell'informazione e dei servizi di comunicazione a livello nazionale, costituisce - dice la nota - una solida base per la realizzazione di un progetto editoriale sostenibile e di lungo termine".
Sulla sostenibilità è alta l'attenzione dell'Fnsi, la cui segretaria generale, Alessandra Costante ha dichiarato: "La Federazione nazionale della Stampa italiana vigilerà con la dovuta attenzione e anche un rigore maggiore su ogni passaggio di questa cessione per numerosi motivi, ma essenzialmente perché è stata preceduta da indiscrezioni sulla consistenza economica del Gruppo acquirente".

Per il Cdr è​ "l’ennesima dismissione di una stagione che ha già impoverito il panorama editoriale italiano": qui il comunicato integrale del 5 marzo 2026. Dove si aggiunge anche: "Non saremo spettatori di decisioni che riguardano il nostro futuro e quello del giornale. Se non arriveranno garanzie concrete, siamo pronti a difendere la redazione e il diritto dei lettori a un’informazione libera, autorevole e indipendente con tutti gli strumenti legittimi a nostra disposizione".

Torino, 2017. Pannello celebrativo del 150º anniversario della Stampa.

Il comunicato del Cdr sulla cessione di Repubblica e del gruppo Gedi

Il CdR di Repubblica, lo scorso 27 gennaio, ha diffuso un comunicato in cui esprime forte preoccupazione per la mancanza di trasparenza che ha accompagnato la trattativa di cessione del quotidiano e del gruppo Gedi da parte di Exor. Un’operazione annunciata improvvisamente, senza un confronto con la rappresentanza sindacale e con i giornalisti, e su cui - sottolinea il CdR - continuano a mancare informazioni chiare e verificabili.
Nel documento (qui sotto in versione integrale) il CdR ricostruisce le tappe della vicenda: ricorda le ripetute richieste di chiarimento rivolte all’azienda e segnala l’assenza di risposte su aspetti centrali come il profilo dell’acquirente, le garanzie occupazionali e il futuro editoriale del giornale.

Il comunicato del Cdr di Repubblica (27 gennaio 2026)

La trattativa di cessione di Repubblica e del gruppo Gedi da parte di Exor sta per arrivare alle battute finali, visto che il 31 gennaio scade l’esclusiva con Antenna Group. Una trattativa prima negata ufficialmente alle rappresentanze sindacali, e a più riprese; poi annunciata improvvisamente alle agenzie di stampa. Noi assistiamo da tempo ad un fattore preponderante di tutta questa vicenda: la più totale mancanza di trasparenza.

La abbiamo richiesta ad ogni occasione, così anche hanno fatto le istituzioni, nei fatti è sempre stata negata. Riteniamo incredibile, per un’azienda editoriale e un quotidiano che col suo giornalismo si occupa esattamente di rendere chiaro ciò che si vorrebbe oscuro, avere davanti questo buio proprio in un contesto che ci riguarda direttamente.

Quando i vertici di Gedi - unici nostri interlocutori finora, visto che John Elkann e il suo management si sono sempre negati - ci illustrarono, buoni ultimi, che era in corso una trattativa esclusiva con Antenna Group, chiedemmo subito ciò che è ovvio chiedere: le ragioni di una scelta di questo tipo. Perché un compratore invece che un altro? Non perché avessimo preclusioni di sorta, ma con l’intento di capire i contorni esatti di questa operazione.

Al presidente di Gedi che sottolineò le virtù imprenditoriali nel campo dell’editoria del potenziale acquirente, compresa la sua solidità finanziaria, facemmo presente a stretto giro che in realtà non era facilissimo reperire informazioni affidabili. Da cosa erano quindi originate le rassicurazioni fatte al sindacato? Peraltro, rassicurazioni da parte di chi, per anni, ha sistematicamente mentito alla redazione.

Al contempo abbiamo chiesto delle clausole di garanzia, occupazionali e di rispetto della linea politico-culturale del giornale. Anche su questo, ad oggi, l’unica risposta è stata il silenzio. Abbiamo di fronte quindi una controparte, la sola che ci è dato di avere, la cui affidabilità è prossima allo zero.

Per ovviare a questa sistematica mancanza di trasparenza - la quale è un valore fondamentale sia sul mercato che in un contesto democratico - come Comitato di redazione abbiamo per intanto cercato delle risposte minime rispetto alla composizione aziendale del compratore. Lo abbiamo fatto attraverso un lavoro giornalistico, redigendo un dossier che oggi renderemo disponibile a chiunque sui nostri canali social, su Facebook “La Repubblica siamo noi” e su Instagram “larepubblicasiamonoi”.

Possiamo sinteticamente dire che le holding della famiglia Kyriakou sono collocate in Lussemburgo, come anche la capogruppo K Group, che ha depositato l’ultimo bilancio consolidato nel 2019, mentre quello del 2021 non è consolidato. Abbiamo estratto dai registri olandesi del commercio tre nuovi documenti del gruppo: un bilancio 2024 non consolidato della holding capofila Antenna Group, depositato a fine 2025, e due bilanci consolidati 2023 e 2024 di Antenna Greece Bv, la società operativa nei media di famiglia.

La lettura di queste carte consente una fotografia più aggiornata del business dei Kyriakou. Il gruppo è formato da circa 90 società, la maggior parte site in Olanda (30), Cipro (23), Grecia (22), Romania (6), senza un coordinamento tra loro. Dall’analisi dei bilanci 2024 da noi rinvenuti affiora un’attività editoriale senza alcuna presenza nella carta stampata, grande circa un terzo di quella di Gedi.

Per quanto riguarda Antenna Greece Bv, negli ultimi tre anni non ha mai distribuito dividendi e dunque, con questi numeri visionabili, non sembra che con l’attività televisiva i Kyriakou siano in grado di finanziare l’espansione internazionale.

È importante per tutti coloro che lavorano nel gruppo Gedi che, prima di effettuare qualsiasi operazione in Italia, la famiglia Kyriakou dia effettiva trasparenza alle sue strategie pubblicando tutti i bilanci consolidati aggiornati al 2025.

In un mondo ideale, fatto di correttezza e buone prassi aziendali, sarebbe stato compito di Exor renderci edotti, dando quindi una corrispondenza concreta alle proprie dichiarazioni rispetto alla scelta fatta di un compratore affidabile. Ma quasi sei anni di gestione Exor ci hanno insegnato che sia nel metodo che nella forma è l’opacità a farla da padrone.

Ci auguriamo, quindi, che il nuovo possibile proprietario di Repubblica dia sin da subito un segnale di discontinuità, improntato alla massima fiducia e - ripetiamo - trasparenza.

Il Comitato di Redazione

Il comunicato del Cdr sulla cessione di Repubblica e del gruppo Gedi

La Stampa passa di mano, ma...

Dialoghiamo, ma con la pistola sul tavolo, pronta. Cioè stato d’agitazione e un pacchetto, già votato, di cinque giorni di sciopero. Così il Comitato di Redazione de La Stampa ha reagito alle ultime notizie sulla vendita del quotidiano.

Questo il documento del 25 gennaio 2026, votato dall’assemblea: “La redazione de La Stampa non firma cambiali in bianco a nessun compratore, chiunque sia, in una situazione di grande opacità della vendita, e non conoscendo i conti reali della Stampa e i reali bilanci determinati dalla presente proprietà. L’Assemblea delle giornaliste e dei giornalisti registra la trattativa esclusiva di Gedi con Sae e chiede che siano date garanzie scritte sul fatto che qualsiasi nuova proprietà non proceda ad alcuna cassa integrazione, rispetti tutti gli accordi aziendali in essere e non chiuda nessuna redazione.

L’Assemblea si aspetta che da parte della società acquirente venga presentato un progetto finanziario solido per garantire sia la fase iniziale sia lo sviluppo futuro. Chiediamo il rispetto della storica indipendenza e autorevolezza della testata e progetti credibili di sviluppo su carta, online e eventi con chiara distinzione tra contenuti e pubblicità. Inoltre, occorre avere chiarezza a proposito della compagine societaria con cui Sae intende rilevare la testata, al momento non ancora comunicata”.

Il documento si conclude con la richiesta d’un’informativa esaustiva, oltre che con cinque giorni di sciopero, approvati e per ora sospesi: “L’Assemblea chiede di poter esser messa a conoscenza dei dati di bilancio degli ultimi anni de La Stampa che emergeranno dalla “due diligence”. Per tutte queste attività abbiamo deciso di rivolgerci a uno studio legale specializzato. Per questo l’Assemblea dei redattori resta vigile e attenta e conferma al Cdr lo stato di agitazione e il pacchetto di 5 giorni di sciopero votato nelle scorse settimane”.

La Stampa passa di mano, ma...

Perché il giornalismo, come tutte le cose preziose, va pagato...

Poi si lamentano che i giovani vanno all'estero a lavorare. E non tornano. Ovvio, sono giovani e dunque fanno quel che gli ormoni suggeriscono: si innamorano, prendono casa, restano lì e in Italia non ci tornano più, se non d'estate o a Natale per trovare la mamma (ma mica tutti). Chi opera online può anche restare in Italia, ammesso che riesca a essere retribuito e magari (miracolo!) a fare carriera. Ma per la maggioranza purtroppo non va così. Anche nell'editoria. Un po' meglio (poco) va nell'editoria libraria, che però pure si è concentrata - restringendosi, basti guardare alla Mondadori e a tutti marchi satelliti acquisiti, ora radunati anche fisicamente a Segrate, tranne i marchi torinesi. Le edicole che resistono lo possono fare trasformandosi in centri di raccolta (Amazon per lo più) nei quali lo spazio per i quotidiani si riduce ad un angolo...

Non importa insomma chiedersi se la causa della rarefazione del giornalismo sia dovuta al cambiamento epocale dell'informazione, sostituita dalla "gratuità" online (notare le virgolette), o dal cambiamento quasi genetico dell'homo (o foemina) legens. Persona che un tempo era un/una cittadino/a dalle idee ben radicate e con un partito di riferimento e ora invece "dipende" e sempre meno prende posizione (basti guardare al crollo degli elettori attivi per le votazioni soprattutto politiche). Per cui se un prodotto diventa senza identità e la "materia prima" si trova comodamente online (illusione, ma vaglielo a spiegare) perchè mai, caro giornalista, dovrei pagarti per questo lavoro di elaborazione quando faccio prima a cercarmelo da solo in rete o meglio ancora mi arrivano i link a valanga direttamente su posta elettronica, chat o comunque con proposte non appena accendo il computer?? Illusi.

Il giornalismo, quello vero, che seleziona e cerca, proprio ora serve più che mai, ora che bisogna trovare la pepita nascosta in un mare di fuffa. E di giovani che ci credono ce ne sono ancora, per nostra fortuna. Si laureano, frequentano le scuole di giornalismo, ma di futuro in carriera ne hanno pochino. L'amaro paradosso è che spesso trovano più facilmente lavoro per l'altra parte della barricata, ossia aziende e società cui servono menti agili e in grado di selezionare il vero o il nuovo e metterlo in luce.

Ma noi ci aggrappiamo alla speranza (speranza, non illusione) che il sapiens è tale perchè è curioso e capace di elaborare il nuovo. Nuovo che qualcuno però gli deve fornire fissandolo nero su bianco (o scalpello su pietra). E da che c'è parola c'è stato un narratore, un cantastorie, uno storico, un cronista appunto. Qualcuno obietta che oggi basta l'intelligenza artificiale che poi si fa autogenerativa, secondo criteri impostati di selezione, codifica, previsione... Direi che invece l'obiettivo è quello che ciascuno impari (ovvero gli vengano insegnati i criteri; per questo esistono le scuole, anche di giornalismo) a utilizzare correttamente, ai fini del proprio obiettivo d'informazione, il web ovvero questo vastissimo e prezioso archivio di notizie, storie, dati, documenti, ricerche, leggende, balle, truffe...

M.C.

Perché il giornalismo, come tutte le cose preziose, va pagato...

Lavoro, ogni anno va peggio

A proposito di diritto del lavoro riproponiamo un articolo di Michela Murgia, ch’era stato pubblicato su Repubblica il 20 aprile 2016, ma che è e resta pienamente attuale. Dal 1997, anno del "pacchetto Treu", al 2015, anno del Jobs Act, si sono susseguiti governi di centrosinistra e di centrodestra che hanno, chi più chi meno, picconato i diritti dei lavoratori creando contratti anche fantasiosi, appetibili solo per le imprese. Certo, è una sintesi molto stringata di un problema complesso. Ma alla fine sono i risultati a parlare. E i risultati, se si esclude l'aumento del tasso di occupazione - drogato in verità dall'adozione di contratti atipici - sono sotto gli occhi di tutti: retribuzioni al di sotto della media UE, crollo demografico, welfare in disarmo. Una crisi sociale in atto da quasi trent'anni che sembra non voler finire. 

Sono passati dieci anni da quando il precariato divenne un argomento di moda nei talk show e nei comizi, e ce li ricordiamo ancora tutti i politici nei salottini televisivi pontificare che non bisognava definire "precarietà" quel deflusso dei diritti legati al lavoro; dovevamo chiamarla "flessibilità", parola ambigua che evocava l'immagine di cose leggere e forti, il legno dell'arco e le chiome piegate dei giunchi al vento. Ma già a metà degli anni Novanta erano cominciate le prime leggi sul lavoro: ci dissero allora che quelle riforme erano moderne, poi che era l'Europa che ce le chiedeva, e che dovevamo essere contenti che le nuove generazioni avessero l'opportunità di vivere per anni motivate dalla prospettiva di non sapere se tre mesi dopo il loro contratto sarebbe stato rinnovato.
Nessuno con un briciolo di buon senso credette alla favola dell'aumento delle retribuzioni in cambio della perdita dei diritti e infatti qualche anno dopo arrivò la crisi e gli stipendi scesero alla stessa velocità con cui gli ultimi diritti rimasti se ne stavano andando. Furono gli scrittori tra i trenta e i quarant'anni - Nove, Bajani, Desiati, Platania, Baldanzi, Falco, Incorvaia e Rimassa - a raccontare per primi quello che stava succedendo, ma c'è voluto tanto tempo ancora perché un'istituzione, calcoli alla mano, si rendesse conto che il disastro che allora annunciavamo come possibile è già diventato probabile.

I termini della denuncia del presidente dell'Inps (Tito Boeri ndr) sembrano persino ottimistici: è credibile che alla pensione non ci arrivino neanche migliaia di uomini e di donne degli anni '70 e '80, che si riconosceranno senza sforzo nella descrizione del percorso lavorativo a ostacoli che Boeri indica come tipico dei trentenni. Tutti loro, fratelli maggiori e minori, hanno avuto un futuro non più lungo dei loro rinnovi contrattuali e un presente fatto di stipendi a forfait, incarichi a progetto senza il progetto, collaborazioni permanentemente saltuarie, finte partite Iva e stage eterni mai retribuiti. Quegli uomini e quelle donne non sono una generazione perduta, come li ha definiti icasticamente Boeri (prima di lui Mario Monti al Meeting di CL nell'agosto 2012 ndr), perché sono qui, sono vivi, ci camminano accanto e saranno sempre di più: ciascuno è lì coi suoi sogni non realizzati, le scelte che con più sicurezze lavorative si sarebbero potute fare, i figli mai generati per la paura di non avere abbastanza per crescerli e la pensione dei genitori come estremo paracadute.
In quella generazione depredata è l'Italia che si è perduta, sacrificando milioni di intelligenze, di idee e di potenzialità all'avidità di una parte del mondo industriale, quello che conta, convinto che la vita di quelle persone non sia una risorsa, ma un costo da abbassare fino a metterlo in concorrenza col più basso salario al mondo. 

Non è la pensione la speranza perduta dei trentenni: è il futuro.

Lavoro, ogni anno va peggio

Mire saudite e libertà di stampa

di Michele Urbano

Si scrive Gedi, ma si legge “Repubblica”. O, se si preferisce, “La Stampa”. Due gioielli dentro la stessa cassaforte. Quella di John Elkann, ossia della famiglia Agnelli, che attraverso la finanziaria (olandese) Exor li controllava. Ma che potrebbero uscirne come già hanno fatto quei quotidiani di “provincia” che facevano parte del ricco bouquet iniziale e che, pian piano, sono stati venduti. Qualche esempio? Il Piccolo di Trieste, la Gazzetta di Mantova, Il Secolo XIX di Genova, il Messaggero Veneto. Sia chiaro per ora ci sono solo voci e smentite. Ma non sono bastate a sedare l’ondata di allarme e preoccupazione. E non solo nelle redazioni interessate e nei lettori. Anche nella politica tutte le antenne sono state alzate.

L’operazione di cui si parla, in realtà, sarebbe una trattativa tra l’erede dell’Avvocato e la società ellenica “Antenna Group” controllata da Theodore Kyriakou, in qualità di azionista principale e, ca va sans dire, Presidente. Chi è Theodore Kyriakou? Laurea in Usa e foto incorniciata del presidente Trump sulla scrivania, è l’erede di una storica dinastia di armatori.

Non è superfluo aggiungere che quello di Kyriakou è uno dei maggiori gruppi editoriali greci con attività a Cipro, Romania, Moldavia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca (nonché Australia e Stati Uniti). A leggere l’elenco dei paesi dove si concentra il business di “Antenna” risulta evidente che per ora, almeno, la sua sfera d’influenza si concentra sull’Europa centro-orientale, mentre è del tutto assente nell’Occidente del vecchio continente. E, bisogna aggiungere, particolare non secondario, che al gruppo i soldi certo non mancano. Theodore Kyriakou può contare, infatti, su un collaudato partner in affari, il principe saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, che, tre anni fa, aveva investito 225 milioni euro per comprare il 30% di “Antenna Group”. Va pure ricordato, per amor della cronaca e per i deboli di memoria, che Mohammed bin Salman Al Saud, è il principe che nel 2018 avrebbe ordinato l’assassino del giornalista – suo oppositore – Jamal Khashoggi, ucciso e fatto pezzi nell’ambasciata saudita in Turchia. Anche per questo si può capire perché le indiscrezioni su una trattativa tra John Elkann e il gruppo editoriale greco-saudita, nonostante le smentite, abbia diffuso un’ondata di inquetudine. Senza dimenticare che il principe saudita, in Italia, ha buoni amici nel mondo politico. La premier Giorgia Meloni, all’inizio di quest’anno, ha guidato una visita di Stato in Arabia Saudita terminata con una dichiarazione che auspicava una fase nuova e di sviluppo della cooperazione tra Italia e il regno del principe ereditario. Che sempre per la cronaca, va pure aggiunto, è generoso amico di Matteo Renzi. Che smentisce di avere un ruolo nell’operazione.

Mire saudite e libertà di stampa
       
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