di Michele Urbano
Su quanti mondi paralleli si esercita la professione di giornalista? C’è quello della carta stampata, quello della tv, quello della radio, e sempre più prepotente quello digitale con le sue infinite piattaforme, senza dimenticare il mondo delle pubbliche relazioni e nemmeno quello della formazione...
Mondi paralleli, dunque, con problemi spesso diversissimi. Dove i compensi, la tecnologia, le regole e, inevitabilmente, la deontologia, hanno differenze e specificità da brividi. Tanti mondi che hanno trovato nella rivoluzione tecnologica - nel passaggio dalla composizione a caldo a quella fredda, dalla macchina per scrivere al pc - un nuovo propulsore verso il futuro: già, ma quale futuro?
Tanti mondi diversi. Dove in uno la libera professione è onestamente retribuita, dove la deontologia è una regola rispettabile, mentre in quello vicino la sottopaga è la realtà e la deontologia un optional non sempre gradito. Mondi dove si produce informazione vera e mondi dove si produce comunicazione, nobile termine che talvolta nasconde interessi più prosaici. Mondi, s’intende, tutti più o meno, legittimi, ma appunto paralleli, dove la parola giornalismo, ossia il mestiere di produrre informazione verificata, base per la costruzione di una consapevole coscienza collettiva, è andata scolorendosi. Con il risultato – ahinoi – di una progressiva perdita di credibilità e autorevolezza.
C’è da aggiungere che se è cambiato il mondo dei giornalisti, insomma, quelli che malgrado tutto, ancora cercano notizie, è anche cambiata quella che un tempo si chiamava fabbrica delle notizie: gli editori. Che, forse, oggi, già nel nome, anzi nel concetto, ci sarebbe da puntualizzare. E negli ultimi mesi ne siamo testimoni disarmati, con una campagna acquisti senza precedenti. Di cui si parla poco. Nel merito e negli effetti che avrà sull’opinione pubblica.
Vediamo. È di qualche settimana fa la vendita della Stampa di Torino. “Conquistata” dal gruppo veneto Sae che fa capo ad Alberto Leonardis, lo stesso che aveva gestito l’acquisto dei giornali locali ex Gedi: Tirreno, Nuova Sardegna, Provincia Pavese, Gazzetta di Modena e Reggio, Nuova Ferrara. Collegata a questa vendita c’è un’altra mega operazione destinata a modificare il panorama editoriale italiano: quella che per nome ha Repubblica, l’ultimo gioiello nella cassaforte Gedi, ossia Exor, la holding della famiglia Agnelli, guidata da John Elkann, dentro la quale, ricordiamo, per ora almeno, rimane l’influente settimanale inglese, The Economist. E a proposito d’Inghilterra, e a proposito di grandi manovre sul fronte dell’editoria, va aggiunto che il colosso tedesco Axel Springer si è appena accaparrato il londinese Daily Telegraph mettendo sul piatto 575 milioni di sterline in contanti (pari a 665 milioni di euro).
Ma torniamo a casa nostra, al futuro di Repubblica. In questo caso l’aspirante acquirente è di nazionalità greca, più esattamente, il gruppo ellenico Antenna, controllato dalla potente famiglia Kyriakou (armatori) che già possiede un impero mediatico in Grecia e nei Balcani, fatto di TV, radio e produzione audiovisiva.
Due domande: quale sarà il futuro dei 315 giornalisti che lavorano a Repubblica? Quale sarà la futura linea editoriale di un giornale che storicamente guardava a sinistra? Vedremo, così come si vedrà l’evoluzione dello storico Il Resto del Carlino di Bologna che la famiglia Riffeser ha ceduto (contratto formalizzato il 22 gennaio scorso anche se non ancora operativo e che coinvolge anche Quotidiano Nazionale, La Nazione, Il Giorno e Quotidiano.net) al gruppo di Leonardo Maria del Vecchio, giovane erede del gruppo Luxottica, che - ricordiamo - è leader mondiale nella produzione di occhiali.
Ma, attenzione, in Italia, i sommovimenti editoriali non escludono affatto la Tv. In questi mesi si è svolta una battaglia all’ultimo dollaro per il controllo del gruppo Discovery-Warner Bros e Paramount. Alla fine sembra di capire che l’abbia spuntata Paramount che diventa capofila di un supergruppo che tra l’altro
controlla CNN. Ma fin qui l’operazione rimarrebbe nei confini americani. In realtà potrebbe avere effetti sul gruppo Discovery che in Italia rappresenta il quarto polo Tv (il terzo per share) con 17 canali in chiaro, tra i quali “Giallo” e “Canale 9” dove hanno i loro seguitissimi programmi big dello spettacolo come Maurizio Crozza e Fabio Fazio.
Michele Urbano

