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Ma cosa siamo diventati?

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Oreste Pivetta
 

Al rientro dal Congresso federale di Riccione (14/16 febbraio) la Lombarda non ha perso tempo e con i Direttivi del 20 (deleghe) e del 24 febbraio (consuntivo e preventivo di bilancio) ha varato il proprio nuovo governo.

Inclusivo, con incarichi politici bilanciati e progetti per affrontare l'inverno sindacale. Già arrivato con crisi editoriali, precarietà in crescita, fonti istituzionali di finanziamento ridotte. Nascono così proposte innovative, come srl, nuovi ambulatori, accordi di patronato… Sottoposte ieri, assieme al bilancio, all’assemblea dei soci - quattro gatti in seconda convocazione –, che le ha approvate.  

Oreste Pivetta

Ho seguito da Milano il congresso sindacale di Riccione. Ascoltando i colleghi  e leggendo qui e là, ho dedotto, ad esempio, che le copie dei giornali, comprese quelle online, vendute in Italia sono scese a un milione (dalla relazione del segretario uscente Lorusso), mentre nel 2007 erano poco più di sei milioni e nel 2019 (data del precedente congresso) si era sprofondati a due milioni e mezzo. Già lo sapevo, più o meno, ma quel numero ripetuto in una assemblea di quel livello qualche effetto avrebbe dovuto produrre: sconcerto, rassegnazione, rabbia, paura, rivolta (mi ribello, quindi sono, scrisse una volta Camus). Paolo Perucchini, presidente della Associazione lombarda dei giornalisti, ha ricordato, l’altro ieri, durante un’assemblea per l’approvazione dei bilanci, che le vendite sono “un poco” riprese durante i mondiali di calcio: ma non si possono organizzare mondiali tutti gli anni.  Cito dal Rapporto sulla Comunicazione del Censis: “Oggi il quotidiano come organizzatore dell’esperienza sociale dei giovani è già estinto. Legge quotidiani con regolarità a malapena il 5 per cento dei giovani fra i 14 e i 29 anni. C’è un 95 per cento che non li usa. Ma fra i 45 e i 64 anni non cambia granché: soltanto l’8,8 per cento dei lettori fa uso abituale del quotidiano”.

Già sapevo della fine dell’Inpgi, un pilastro per la casa dei giornalisti.

Ancora sapevo che i colleghi dipendenti a tempo indeterminato non sono più di quindicimila. Gli altri, che pure operano da giornalisti, sono free lance, precari, giovani volonterosi che bussano ad una porta per qualche euro (“schiavismo intellettuale” ha sintetizzato Vincenzo Vita sul Manifesto), giovani coraggiosi che non hanno timore a presentarsi appena dietro i carri armati ucraini o nei paesi bombardati (quando non vengono rispediti in patria, accusati d’esser spie di Putin), stagisti proposti a titolo gratuito da qualche onerosa scuola di giornalismo. Potrei continuare: il lavoro nella commissione Riforma dell’Ordine mi ha consentito di disegnare una mappa assai complicata della professione oggi, un arcipelago mobile.

Inseguendo Riccione, ho conosciuto infine le “correnti”. Non che ne ignorassi l’esistenza, la Lombardia è un bell’esempio, ma la varietà non potevo immaginarla. Un elenco incommensurabile rispetto a quelle, assai dileggiate, del Pd o a quelle, antiche, assai potenti, della Dc. Correnti di cui si può capire maliziosamente la ragione d’essere, in molti casi una ragion d’essere però senza tratti di nobiltà e dai contenuti ignoti ai più.

Fortunatamente, a Riccione e altrove, da ogni tribuna si invocava e si invoca l’unità e prima o poi chissà che l’unità non venga raggiunta, dopo decenni di divisioni e di propositi. L’unità consentirebbe quella resistenza che potrebbe raddrizzare un poco il piano inclinato dell’occupazione dando vigore alla politica sindacale e ad ogni trattativa avviata per difendere qualche posto di lavoro, per diminuire gli esuberi, per proteggerà qualche esistenza individuale, ben sapendo che così non si salverà dal precipizio il sistema dell’informazione, baluardo – lo ha ripetuto anche il presidente Mattarella nel messaggio alla Fnsi – della democrazia. Intanto si sommano le crisi, le richieste di tagli, le svendite a perdere: dal gruppo Gedi ai periodici di Belpietro. Con una conseguenza: lasceremo spazio all’algoritmo.

Forse, accertata la fine del comunismo e il tramonto della classe operaia, apprezzato da tempo il peso della rivoluzione tecnologica, si dovrebbe pure riconoscere che stiamo lasciandoci alle spalle i nostri pluricentenari giornali e le nostre più fresche televisioni. Da una lenta agonia, ma soprattutto dal caos delle iniziative potrebbero scintillare idee e modelli nuovi, legati sì all’etere come autostrada della comunicazione e della informazione, ma anche alla qualità e alla onestà, alla cultura e alla politica.  Forse solo una boccata d’ossigeno. 

Si diceva dell’assemblea dell’altro giorno: trentacinque presenti, trentacinque sì ai bilanci, un simpatico incontrarsi tra vecchi colleghi, dispersi nella troppo grande e oscura sala del cinema Anteo. Il presidente non ha, con tatto, ricordato il numero degli iscritti al sindacato, neppure quello dei pensionati liberi da impegni, così cito una cifra imprecisa: quattromila, forse cinquemila. Fossimo stati in cento in quella sala ad alzare le schede verdi del voto ci sarebbe già stato di che rallegrarsi. No, trentuno. Unitari comunque.

Qualcuno potrebbe consolarci: è la crisi dei corpi intermedi, colpisce anche le altre organizzazioni dei lavoratori. Ma intanto dovremmo pensare a noi, a un mondo che abbiamo sempre considerato, non a torto,  un poco “a parte”, diverso e privilegiato: non è questione di quattrini, sarebbe prima di tutto questione di responsabilità e di libertà. La domanda “che fare?” non trova però risposta nel passato e nel procedere di pezza in pezza. Dovremmo rivolgerla alla politica, perché l’orizzonte che incombe a tinte fosche è delle grandi piattaforme, delle nuove realtà, nate negli Usa (e aiutate per nascere da tante misure economiche) per favorire l’informazione e che sono diventate potenze globali in grado per vari canali di diffondere disinformazione, arma politica letale e a basso costo contro la democrazia, come dimostrano tante storie dei nostri tempi, dalla Russia di Putin al Brasile di Bolsonaro.  

 

       
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