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CHI SIAMO, OGGI E IERI - INTERVISTA di ETTORE COLOMBO a PIERO SCARAMUCCI

“PIERO, MA COS’ERA IL GRUPPO DI FIESOLE?”

Piero Scaramucci, alle pareti del suo ufficio nuovo di zecca all’interno della redazione nuova di zecca di Radio Popolare, a Milano, che dirige con piglio gentile ma deciso da vent’anni, ha appesi un bel po’ di ricordi. Quello che più mi ha incuriosito riguarda un tesserino stampa di Mauro Rostagno, l’ex esponente di Lc e fondatore della comunità di Saman ucciso dalla mafia tanti anni fa. Per pudore non ho chiesto nulla, non fosse altro perché sono venuto a trovarlo per intervistarlo su tutt’altro, cos’era alla nascita il gruppo di Fiesole. Intervista no profit, sito no profit – quello della “nostra” componente, Nuova Informazione – lavoro no profit, quello di chi – ancora oggi e forse più di ieri – s’impegna a tempo pieno o parziale nel sindacato.

Direttore, so che ti schermisci perché non pensi di essere stato l’unica protagonista di quella stagione, ma puoi raccontare a tutti noi quando e perché è nato il “Gruppo di Fiesole”?

A metà degli anni Ottanta, direi, dopo un congresso della Fnsi tenutosi ad Acireale del quale, riordinando le carte del mio studio, ho perso la data e i documenti, ma di fatto dopo la sconfitta che l’allora componente che potremmo definire di “centro-sinistra” ante litteram, quella che si chiamava “Rinnovamento”, storica corrente della Fnsi, e che proprio a quel congresso, dove prevalse la destra, o meglio i craxiani, allora capitanati da Giuliana Del Bufalo, si sfasciò definitivamente. Un piccolo gruppo di giornalisti, a quel punto, convocò un’assemblea e scrisse un documento che più o meno diceva così: “il sindacato si è sfasciato, il quadro politico è pessimo (c’era Craxi, al governo), i rischi per la libertà d’informazione sono tanti, ma il peso dei partiti – di tutti i partiti – sul sindacato si è fatto eccessivo, bisogna ricominciare da capo, anche perché – se il sindacato è a pezzi – la domanda di sindacato è invece ancora forte”. Ecco, sulla base di questo documento e di queste idee ci siamo convocati, attraverso un tam tam di telefonate e incontri, presso il centro studi della Cisl di Firenze, che si trova ai bordi della città, quasi al confine del comune di Fiesole. Non so perché, ma venne fuori questo nome, “gruppo di Fiesole”, che fece arrabbiare tantissimo i fiorentini. “Ma come, dissero, qui siamo a Firenze, mica a Fiesole!”. Insomma, niente, il gruppo si chiamò così e ci ritrovammo a fare due giorni di dibattito intenso e bellissimo, insieme a un centinaio di colleghi giunti da tutt’Italia. Ricordo, tra i promotori, Giuseppe Giulietti, attuale deputato, allora leader del sindacato interno Rai, l’Usigrai, Bruno Ambrosi, oggi presidente della Scuola per la formazione al giornalismo, e allora giornalista Rai nella sede di Milano, proprio come ero io, allora.

Di quali temi avete discusso a Fiesole, come siete usciti da lì e per fare che cosa, da allora in poi?

Il dibattito, come ti dicevo, fu splendido, molto “alto”, per capirci, ma discutemmo un po’ di tutto, affermando sostanzialmente due principi cardine: il primo, la difesa della libertà dell’informazione, allora fortemente minacciata dal potere politico, e il secondo, la necessità di una ripresa dell’attività sindacale su altri criteri, rispetto al passato. Erano presenti pochi quadri sindacali uscenti, a Fiesole, e il gruppo dichiarò esplicitamente che non voleva trasformarsi nell’ennesima corrente sindacale, ma diventare un luogo di elaborazione e di discussione aperto a tutti. Non a caso, nel corso degli anni, da quando cioè quello di Fiesole divenne un appuntamento fisso, prima semestrale e poi annuale, da noi passarono giornalisti di tutte le correnti e le aree, perché eravamo davvero aperti a tutti.  Non a caso, quando si ricostituì una componente sindacale di centro-sinistra, quella che oggi si chiama “Autonomia e solidarietà” a livello nazionale e “Nuova Informazione” a livello lombardo, la nostra posizione fu quella di tenere sempre ben distinto il “Gruppo di Fiesole” dal necessario lavoro delle aree sindacali, come anche dai vari soggetti politici che allora erano presenti sulla scena. Oggi, forse, non ci si rende conto di quanto fu decisiva e insieme difficile, quella battaglia di principio, ma allora eravamo in piena Prima Repubblica e la cappa asfissiante del tentativo di condizionamento politico era fortissima. A Fiesole e negli appuntamenti successivi – che andarono avanti fino al 1995, una decina d’anni, in sostanza – discutemmo del merito dei problemi: dell’attività giornalistica, della libertà di stampa, della normativa della professione e dei contratti, del sistema radiotelevisivo e delle concentrazioni editoriali, facendo uscire da quegli incontri idee, indicazioni, spunti per dibattiti, proposte di legge, iniziative.

Quale bilancio trai dall’esperienza di Fiesole e cosa credi che resti del suo spirito nel sindacato?

Guarda, innanzitutto vorrei dire che tutti i tentativi di etichettare Fiesole come un covo di giornalisti “comunisti” o “di sinistra” sono sempre falliti proprio perché Fiesole era molto di più: aveva chiamato a raccolta tutti i giornalisti “democratici” del Paese e si è tenuta sempre lontana dalle componenti, anche quelle più vicine al suo spirito. Oggi possiamo considerare Fiesole un’esperienza storicamente datata e irripetibile. Personalmente, mi ha riconciliato con la professione, che allora non mi piaceva, e poi ne mantengo il ricordo come di una fase della mia vita intellettualmente e moralmente affascinante. Fiesole ha retto per dieci anni e, a mio parere, ha consentito al sindacato, a tutto il sindacato, un grande passo in avanti, dotandolo di strumenti e riflessioni importanti e approfondite che, nel corso del tempo, hanno dato i loro frutti, ad esempio con l’adozione del nuovo statuto della Fnsi al congresso di Rimini, ma anche più in generale consentendo al sindacato di aprirsi a gruppi e logiche non politico-partitiche, imponendo all’attenzione del dibattito i principi della libertà di stampa e della tutela della professione del giornalista in qualità di portatore di un valore d’interesse pubblico e dunque del diritto/dovere di tutti i cittadini ad essere informati. Senza dire della ventata d’aria fresca che Fiesole portò nella Fnsi, grazie a una miriade d’iniziative pubbliche, convegni, dibattiti, prese di posizione che svecchiarono poi, a cascata, il sindacato e tutti gli organismi di categoria. Fiesole ha esaurito il suo compito storico, ma io vado ancora oggi fiero di aver contribuito a rendere comune a molti le riflessioni nate a Fiesole. Per me è stato un modo molto bello e profondo di vivere la professione, un modo molto difficile, che procura ostacoli e difficoltà, ma che per me è importante e gratificante, oltre che l’unico possibile: quello di intendere questo mestiere come ricerca, continua e critica, da giornalisti liberi, delle notizie.

Ettore Colombo

       
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