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La lotta Google/editori si sposta in Spagna


IMG_0823.JPGUllallà! Quanto sono brutti e cattivi questi criminali che pretendono di farsi pagare per il riuso di propri testi giornalistici. L'associazione italiana degli editori online è sconvolta e, avvolta nella bandiera della libertà d'informazione, si rivolge all'Europa perchè fermi questi gesti liberticidi... Scrive: "Una pagina nera oggi è stata scritta per l’editoria online e riguarda tutti noi. Editori e lettori. La libertà di informare e quella di essere informati". Ma cos'è successo? Che anche la Spagna da inizio 2015 applicherà una legge in difesa della proprietà intellettuale. E "quindi" Google ha annunciato la chiusura di GoogleNews da martedì 16 dicembre. Editori contro editori, dunque? Sì, ma con l'abissale discrimine del riconoscimento - o meno - normativo ed economico del prodotto del lavoro giornalistico. Notare la ripetuta citazione e la singolare interpretazione, nella nota di Anso, del concetto di gratuità: "La legge in questione prevede per gli aggregatori di notizie, come GoogleNews, un pagamento a favore degli editori, per ogni titolo/link pubblicato nella sezione News o semplice pubblicazione di piccoli frammenti di testo. Vale a dire che Google dovrebbe pagare (avrebbe dovuto!) l’editore spagnolo per portare gratuitamente lettori sul sito dell’editore stesso. Nelle parole di Richard Gingras, Head of Google News, il rammarico di dover eliminare uno dei servizio gratuiti che BigG fornisce gratuitamente e che, per le nuove condizioni imposte, non sarebbe più sostenibile". E così Anso ed analoghe organizzazioni europee (AEPP, IGEL, Meltygroup, naTemat, 300politika), hanno subito scritto a Günther Oettinger, che presiede la Commissione europea for Digital Economy & Society, per protestare in nome non dei propri interessi - per carità -, ma della "difesa della libera circolazione delle informazioni" e del "diritto fondamentale dei cittadini a essere informati". Naturalmente non finirà qui neanche stavolta. La discussione sulla liceità delle citazioni aveva preso il via in Germania e s'era tradotta l'anno scorso in un progetto di legge di tutela (gli aggregatori possono utilizzare notizie solo pagando, a meno che l'editore - fu il caso di Springer - non vi rinunci esplicitamente) e da qui era rimbalzata in Francia ed in Belgio. Con soluzioni creative. In Francia Google aveva dotato di 60 milioni di euro un fondo che risarcisce gli editori per l'uso dei loro testi. Più economico l'accordo trovato coi belgi: un fondo di 5 milioni di euro. Da notare che comunque alla mediazione si è arrivato sempre - in Germania, in Francia, in Belgio (come probabilmente accadrà anche in Spagna) - solamente dopo denunce, azioni legali, minacce di chiusura "definitiva" del servizio, leggi o proposte di legge. E da noi? In Italia un accordo con gli aggregatori è stato tentato, da parte della Fieg, ma senza risultato. Così ora gli editori hanno chiesto, anche per l'Italia, una legge ad hoc che costringa i motori di ricerca - che dall'indicizzazione delle news traggono traffico e pubblicità - a riconoscere un compenso alle imprese editoriali, cioè a coloro che investono per produrre questi contenuti. Insomma, le opinioni sono difformi, come pure i rapporti di forza. Ma ragionando in termini di mera correttezza, ammesso che questa parola abbia cittadinanza nel turbocapitalismo, si dovrebbe almeno riconoscere una verità di base: la proprietà intellettuale, non diversamente dalle altre tipologie di proprietà, va remunerata. Pena la scomparsa dei professionisti dell'informazione. Certo è vero, i tempi sono cambiati. I media pure. Tuttavia anche nei nuovi tempi nessun pasto è gratis. Basta riconoscerlo. E monetizzarlo. Anzichè travestirsi da paladini della libertà per non pagare il dazio. M. C.

       
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