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Cosa ci serve: 4 obiettivi e dirigenti sindacali coesi


Barchetta-di-cartaQuesti che seguono sono gli appunti dell'intervento appena tenuto da Guido Besana a Bari, nella prima delle due giornate di un'importante assemblea precongressuale. L'incontro è stato organizzato, per oggi e domani, dalle Associazioni regionali di stampa di Trentino-Alto Adige, Veneto, Liguria, Valle d'Aosta, Molise, Basilicata e Puglia. Molto laica e molto lineare, l'analisi di Besana tocca tutti i problemi, le contraddizioni, i "delitti", ma anche le opportunità che la categoria ha di fronte. Sapendo che la strada da percorrere è una sola, nonostante le resistenze, interne ed esterne. E che lo strumento sindacale non ha alternative, purchè sia in mano ad una dirigenza che abbia la capacità, la volontà (e la coesione) di utilizzarlo. Buona lettura. di Guido Besana Qualcuno ha sottolineato come il prossimo Congresso della FNSI segni un cambio di epoca per la conclusione di una lunga esperienza che risale a Villasimius, al congresso che a metà degli anni novanta diede una spinta determinante all'apertura della FNSI a nuove esperienze, nuovi lavori, nuovi modi di intendere la professione. Quello che venne poi definito il sindacato dei giornalismi, anche se per molti versi non riuscì ad esserlo. Io non credo che questa storia sia finita, anzi, gli accordi contrattuali con FIEG, aeranticorallo e Uspi sulla regolamentazione e retribuzione del lavoro autonomo ci dicono che la strada è ancora percorribile. E con la determinazione necessaria può portare a modelli contrattuali nuovi che oggi forse solo la FNSI, tra le organizzazioni sindacali italiane, ha il bagaglio culturale necessario per definire. Tuttavia è vero che oggi molti punti di riferimento dell'azione sindacale di categoria e molti capisaldi della professione sono venuti meno. I CDR forti, le grandi aziende editoriali, la deontologia, la solidarietà professionale sembrano aver perso peso di fronte al prolungarsi della crisi economica e all'approfondirsi della crisi strutturale del sistema dell'informazione. E contemporaneamente il diritto del lavoro ha continuato ad evolversi, e per molti versi a degenerarsi, facendo perdere certezze a una categoria troppo abituata a sentirsi soggetta solo ad un contratto o a leggi di mercato a lei favorevoli. Quella categoria non esiste più. Siamo in mare aperto e non abbiamo più le certezze di un tempo, quelle che ci hanno fatto credere fosse possibile imbarcare tutti. Partiamo da due fatti: abbiamo perso tremila posti di lavoro che ritenevamo stabili, molti ritengono offensivo un compenso di venti euro a pezzo. Sono due fatti fondamentali e positivi. Mi spiego in poche battute; se non avessimo fatto due rinnovi contrattuali sofferti e contestati come quello del 2001 e quello del 2009, che hanno raffreddato le dinamiche salariali, e se il crollo del fatturato del settore si fosse riflesso in maniera lineare sull'occupazione giornalistica oggi avremmo forse dieci o dodicimila occupati stabili, non diciassettemila o giù di li; se la qualità del prodotto giornalistico non interessasse davvero più alle imprese editoriali le leggi della domanda e dell'offerta avrebbero davvero prodotto un mercato alle cifre di due tre euro al pezzo che sono realtà in alcuni casi, ma non quanto certi populismi hanno sostenuto in questi anni. Quindi il sistema tiene? Non lo so, non lo sappiamo. Fra qualche mese l'Inpgi ci dirà se gli accordi contrattuali di giugno avranno funzionato come volano dell'occupazione, se gli accordi di giugno sul lavoro autonomo avranno funzionato determinando un vero aumento del reddito dei singoli cococo. Tireremo le somme, laicamente, e come ho già detto sarò solo contento se potrò dire di aver sbagliato sul primo capitolo e visto giusto sul secondo. Ma non è su questo che si costruisce il futuro. Sul contratto, su un accordo, su due accordi ci si può dividere, e lo abbiamo fatto. Ora però dobbiamo guardare avanti, perché il mondo non si ferma certo ad aspettarci. Non faccio un'analisi della situazione economica mondiale e del paese e del settore, sappiamo tutti come stanno messi il mondo, l'Italia, l'editoria. Cerchiamo piuttosto di capire quali possono essere gli obiettivi da perseguire per un movimento organizzato dei giornalisti a carattere sindacale. Perché il domani sta negli obiettivi. Io ne vedo alcuni, che ritengo possano essere condivisi. In primo luogo l'elaborazione, su tutti i piani, di un'idea adeguata ai tempi della professione e del suo ruolo. Attraverso una profonda e radicale riforma dell'ordine, è ovvio, che parta da una nuova definizione di cosa sia "giornalista". Una definizione che però si basi sul lavoro, su una nuova definizione del lavoro giornalistico che copra i tanti spazi oggi ancora lasciati alla deriva dei tempi aziendali e delle ideuzze dei manager, del caso e della rassegnazione. Dobbiamo imparare dalla contrattazione di confine, dobbiamo avanzare la richiesta, direi anche la pretesa, di attribuire al lavoro giornalistico quelle mansioni che oggi lasciamo ad altri con il solo effetto di abbattere la qualità informativa e perdere spazi di crescita, in tutti i sensi. Perché da un lato abbiamo la chance, non ancora perduta, di valorizzare il nostro lavoro attraverso la cura dei contenuti multimediali gestita dalle redazioni, dall'altro le gallery di conigliette di playboy realizzate da un impiegato di concetto per illustrare un'inchiesta sull'industria dell'auto, inchiesta che perderà valore assieme al cronista. È un discrimine importante per due versi, sia perché riconduce al lavoro giornalistico tutte quelle mansioni che ne determinano la percezione da parte del pubblico sia perché crea posti di lavoro. Non a caso nella notte dei tempi abbiamo segnato il campo su terreni analoghi, dai telecineoperatori ai giornalisti grafici. Nella valorizzazione del data journalism, nella gestione dei profili social, nella cura e valorizzazione degli archivi, nello sfruttamento dei tag, nella definizione di un rapporto più individuale con il cittadino devono lavorare giornalisti, non stagisti del marketing. Un secondo obiettivo, che spero sia comune, è inevitabilmente l'apertura alla contrattazione con l'emittenza nazionale. Significa andare sul terreno più avanzato, quello su cui si sta realizzando la vera multimedialità, se è vero come è vero che la rete mangia la carta ma l'etere mangia la rete. Significa anche però spingere gli editori "cartacei" sull'unica strada che li può salvare, e che quindi può salvare l'occupazione nel comparto FIEG. Significa anche mettere intorno allo stesso tavolo tutte le parti datoriali, perché le altre, penso in primo luogo ad aeranticorallo, seguirebbero, per concertare azioni comuni virtuose, per aiutare un processo sinergico che solo, in questa fase, può salvare imprese, pluralismo, posti di lavoro. L'emittenza locale sta tracollando, può salvarsi solo diventando partner industriale dell'editoria cartacea locale in un quadro che però necessita di rilevanti iniziative legislative. Solo attraverso questo rapporto, poi, saremo in grado di fare un tentativo, non oso spingermi più in là, per favorire una nuova politica di distribuzione delle risorse pubblicitarie e delle provvidenze pubbliche. Vedo un terzo obiettivo, che riguarda noi tutti, ed è una redistribuzione delle risorse economiche, in senso lato. Reddito, welfare, qualità della vita, privata e professionale. Se guardiamo ai dati Inpgi e Casagit possiamo vedere quanti sono gli squilibri all'interno della categoria, e quali dimensioni abbiano, da un punto di vista reddituale e sotto il profilo delle prestazioni. Se guardiamo ai contratti sono evidenti le differenze di trattamento economico e normativo fra colleghe e colleghi che svolgono lavori di pari peso e dignità, professionale e qualitativo. Non penso agli abusivi, alle false partite IVA, agli schiavi della propria illusione e del suo matrimonio con l'ignoranza e lo sfruttamento. Penso alle differenze tra donne e uomini, alle differenze tra dipendenti e autonomi, alle differenze tra giovani e anziani. Sono diseguaglianze alle quali si può porre rimedio, sia per vie contrattuali sia recuperando i valori di solidarietà che in parte abbiamo perso sotto la spinta delle crisi. Anche noi abbiamo sposato criteri di rigore di bilancio, anche in noi si è insinuata una piccola BCE. Dobbiamo renderci conto del fatto che riempirci la bocca con la formula del patto generazionale non ha alcun significato se non comprendiamo che si tratta di questo, una redistribuzione dei redditi, o meglio delle risorse. Quando innalzammo l'età pensionabile per le donne giornaliste proposi, non da solo, un ventaglio di interventi che per ora è rimasto lettera morta; ora credo sia quella una esemplificazione della direzione in cui agire. Nel nostro sistema degli enti economici e di rappresentanza ci sono i semi di un welfare per i lavoratori autonomi, dobbiamo farli crescere. Nel nostro sistema contrattuale ci sono delle poste economiche che possono essere riallocate, lo abbiamo fatto per il fondo di perequazione delle pensioni e possiamo farlo anche per altri scopi, siano essi il sostegno alle prestazioni Casagit per i lavoratori autonomi o un sostegno paragonabile all'attuale assegno di disoccupazione per chi vive fuori dalle redazioni. Su un altro terreno, anche se in fondo le questioni sono le stesse e tutto si tiene, dobbiamo individuare un quarto obiettivo. Tra i sette e gli otto anni fa l'attuazione del protocollo Damiano portò all'emersione di un mare. In pochi mesi le aziende editoriali di ogni settore denunciarono all'inpgi novemila rapporti di lavoro parasubordinato, un migliaio di aziende si iscrissero ex novo all'istituto di previdenza. Centinaia e centinaia di colleghe e colleghi al lavoro, spesso da soli, per aziende in cui non c'è sindacato, non c'è contratto, non c'è tutela professionale, non ci sono direttori responsabili correttamente inquadrati. Sono, queste colleghe e questi colleghi, una gigantesca domanda al Sindacato. E il nostro domani deve prevedere risposte, a tutti i livelli, pena la perdita di un patrimonio professionale e occupazionale insostituibile. Sono queste le aziende e le realtà lavorative a più alta volatilità occupazionale, e questa emorragia va fermata. Non so come, ma dobbiamo farlo. Un obiettivo interno è imprescindibile, darci un gruppo dirigente di persone che lavorino, tutte, a tempo pieno e ispirandosi ad alcuni principi. Una condivisione dei processi, in trasparenza. Una profonda laicità, coniugata alla coesione che deve prendere il posto di un certo unanimismo, e alla lealtà, che non vuol dire fedeltà cieca. Una totale indipendenza, unita alla necessaria assunzione di responsabilità. Un rafforzamento della democrazia interna, che non vada però a discapito dell'efficacia.
       
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