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Ciao dolce Bruno, pioniere in televisione e nelle lotte


[caption id="attachment_2034" align="alignright" width="244"]Bruno Ambrosi "targato" da Nuova Informazione nel 2011 Bruno Ambrosi "targato" da Nuova Informazione nel 2011[/caption] Se n'è andato. Ma non per noi di Nuova Informazione, non per la storia del giornalismo, non per i primi passi del telegiornale italiano, non per le lotte nel sindacato ed in Regione per la dignità del lavoro e l'eguaglianza dei diritti, non per i suoi studenti e futuri giornalisti della Scuola dell'Ordine. Per ricordarlo com'era e per essere vicini alla moglie, alla figlia, anzi alle figlie, niente di meglio che pubblicare una memoria che Bruno scrisse quattro anni fa, sollecitato da Raffaele Fiengo. Di Bruno Ambrosi Il 21 gennaio del 1970 a Milano era stata convocata una grande manifestazione contro la repressione. Era passato poco più di un mese dalla strage di piazza Fontana e mentre, con l’aiuto del “Corriere della Sera”, si montava il caso Valpreda e la pista anarchica, prendeva corpo la “controinformazione” dei giornalisti nella ricerca della verità. Mario Capanna, leader del movimento studentesco alla Statale, aveva messo nelle prime file del corteo, sotto il loro striscione bianco nuovo di zecca, il “Gruppo giornalisti democratici” nato solo pochi giorni prima anche attorno a una pubblicazione, il “BCD”, Bollettino di controinformazione democratica. “Il Bcd - ricorda Bruno Ambrosi, già allora firma del Tg della Rai e uno dei responsabili della televisione di Milano - era un semplice ciclostilato che tendeva a far circolare le notizie che i grandi organi di stampa (primo fra tutti il ‘Corriere’) ostinatamente occultavano. Nulla di esplosivo o di sovversivo, si intende, ma semplici puntualizzazioni di fatti, personaggi e avvenimenti che meritavano la conoscenza. Il bollettino nacque per iniziativa di molti di noi (Morando Morandini, Marco Nozza[1] e tanti altri) in appassionate discussioni che si tenevano all'allora Club Turati, a un passo da Brera. E' sempre a quel gruppo che si deve la costituzione, molto improvvisata e che consisteva semplicemente in uno striscione bianco e nel passaparola, del gruppo di ‘penne ribelli’, creato solo qualche giorno prima della manifestazione del 21 gennaio 70.”[2] In questa prima apparizione pubblica (e anche insanguinata) davanti a tutti Giorgio Bocca, Camilla Cederna, Morando Morandini e altri nomi famosi. Capanna pensava che, con tanti personaggi importanti in prima fila, la Polizia non avrebbe osato attaccare. Invece la carica ci fu, eccome. Era il 3° Celere di Padova, e colpì duro. Quelli che stavano in prima fila furono feriti. Bruno Ambrosi finì per 43 giorni all’ospedale e però non fece la denuncia. Raccontò al Pronto soccorso che era caduto per le scale. Questo episodio può dare un’idea abbastanza precisa di che momento fosse. “All'epoca – mi racconta Ambrosi - ero un inviato del Telegiornale unico Rai (solo la riforma del '76 portò alle diverse testate, prima tg2 e poi tg3, da me sempre scelti come organi minimamente alternativi rispetto a quello che rimase il conformista e abbottonatissimo tg1, quello stesso dei giorni nostri). Le gravi ferite riportate nelle botte mi costrinsero a un ricovero d'urgenza e a uno spericolato intervento chirurgico notturno da parte del professor Piotti, braccio destro di Sanvenero Rosselli, effettuato per salvarmi da una cecità probabilissima per le percosse subìte nelle cariche. Non denunciai il fatto, mi feci ricoverare in una clinica privata a spese mie, (la benemerita Casagit doveva ancora nascere) per la semplice ragione che in un ospedale pubblico, spiegando la causa delle ferite, sarei stato subito denunciato per "radunata sovversiva" e "oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale" secondo il costume (e le leggi) dell'epoca. La Rai era imbarazzata per avere un proprio professionista coinvolto negli scontri con la Polizia, mandò due dirigenti a trovare Bruno Ambrosi in ospedale: gli fecero sottoscrivere il falso: lui non si trovava lì in servizio. “La dichiarazione che mi fu richiesta dai dirigenti Rai di allora (due brave persone nel frattempo morte e di cui non faccio il nome perchè non tutti, a quell'epoca, volevano permettersi la schiena dritta) mi fu sottoposta un attimo prima di entrare in sala operatoria, nel momento in cui avevo ben altro a cui pensare. La firmai limitandomi a dire a chi me la sottoponeva: ‘Non vorrei essere nei vostri panni....’" Guido Nozzoli, del “Giorno”, invece, che era uno degli inventori del movimento dei giornalisti a Milano, se la cavò perché era pratico di manifestazioni di piazza e usò la tecnica di andare avanti (incontro ai poliziotti) anziché scappare indietro. Sicchè non gli accadde nulla. Camilla Cederna solo per puro caso non fu ferita gravemente: era in prima fila a braccetto di Ambrosi, ma al momento della carica, improvvisa e non prevista, era stata chiamata da un’amica della fila dietro. Un critico teatrale prestigioso, il poeta Giovanni Raboni, ebbe tutti i denti saltati perché un uomo in divisa, non si sa se un carabiniere o un agente di PS, avanzava ondeggiando la manetta che teneva agganciata a un polso. Dava così degli schiaffoni e gli portò via tutti i denti al Raboni. Si trattava di giornalisti piuttosto meravigliati di quello che accadeva perché non erano certamente dei facinorosi, erano professionisti affermati e non si sognavano di doversi scontrare fisicamente con le forze dell’ordine. [1] È l’autore de “I pistaroli”, uscito postumo nel 2006
       
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