Aggiornato al

DEONTOLOGICO

Ridefinire il giornalismo a partire dall’Ordine

Ridefinire il giornalismo a partire dall’Ordine

Il consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti ha insediato qualche giorno fa la “commissione riforma”, commissione, per definizione ufficiale, da regolamento, “speciale”.

Speciale peraltro non solo per rispetto formale, ma anche nella sostanza, perché dovrebbe finalmente allestire quei progetti di riforma della legge istitutiva del 1963, invocati da tempo immemorabile, senza grandi risultati, però, per disattenzione del parlamento e del governo (la “riforma” può deciderla solo il Parlamento, ammesso che il ministero competente, grazia e giustizia, la riceva, a noi tocca solo la facoltà di proporre), anche per una gattopardesca e neppure troppo celata e invece assai diffusa vocazione trasversale a lasciar tutto come prima. L’unico cambiamento capitò quando, grazie all’impegno di alcuni di noi, nella legge sull’editoria (primo firmatario l’onorevole ds Rampi) fu introdotto un articolo che riduceva ad un terzo il numero dei consiglieri nazionali, con gran sollievo per le casse dell’Ordine e beneficio per i lavori del consiglio stesso.

Ci risiamo e torno a sottolineare quell’aggettivo “speciale”, perché mi sembra davvero arduo il compito di modificare quella legge del 1963, per certi versi esemplare (vedi i primi articoli in sintonia con la Costituzione), per altri, ovviamente, profondamente in ritardo con i tempi, con la rivoluzione che ha conosciuto il sistema dell’informazione e della comunicazione. Una legge peraltro che, all’entrata in vigore, rifletteva più il passato che il futuro, tanto è vero che il presentatore, il parlamentare democristiano Guido Gonella, s’era proposto appena due anni dopo di modificarla. Superfluo ricordare quanto avvenuto negli ultimi decenni: l’abbiamo vissuto, nel bene e nel male. Di che cosa discutere? Qualcuno chiederebbe di discutere prima di tutto dell’abolizione dell’Ordine, richiamando l’esperienza di altri paesi vicini a noi (dove sono spesso i sindacati a gestire certi passaggi, dall’accesso, alla formazione, alla deontologia). Il nostro paese ha altra storia, altra tradizione, altra cultura (anche sindacale per quanto riguarda i giornalisti). La nostra legge (vedi l’articolo 2) vive e nasce a garanzia della libertà di informazione, a garanzia dei giornalisti, a garanzia dei cittadini. Un valore insopprimibile: meglio una voce in più che lo difenda, che una in meno.

Di che cosa discutere allora? Intanto di una definizione del “giornalista”, in sintonia con quanto stiamo vivendo: dalla moltiplicazione dei media alla varietà delle funzioni richieste e delle figure all’opera, degli incroci sempre più frequenti tra informazione e comunicazione… Come ha dimostrato del resto lo stesso tentativo di accogliere proprio i “comunicatori” nell’istituto di previdenza. Che ha vissuto un’altra mutazione, che definirei, un po’ enfaticamente forse, “epocale”, con l’ingresso nell’Inps: una conclusione e una ripartenza che suggerirebbero qualche riflessione…

Si dovrebbe discutere (ma sarebbe una conseguenza di quel primo tema) del doppio elenco, professionisti e pubblicisti, della formazione (laurea o non laurea?), dell’accesso, dell’esame di stato, della formazione professionale continua, della natura dei consigli di disciplina (sui quali grava la responsabilità di sanzionare quanti non rispettano le norme deontologiche)…

Pensiamo solo all’accesso. Ha ancora senso il praticantato? Che cosa pretendere in cambio? Un master gestito dell’Ordine (come può avvenire adesso) o una laurea? Una laurea specifica in giornalismo o una laurea che abbia attinenza con il giornalismo: legge o scienze politiche o sociologia… Oppure lasciamo libertà piena e a decidere dopo una laurea qualsiasi (perché vietare il professionismo ad un ingegnere o un architetto, nel cui piano di studi si va dalla letteratura alla lingua inglese, dalla sociologia alla storia dell’arte) sarà un esame di Stato, naturalmente rinnovato e inasprito?

Il doppio elenco, pubblicisti e professionisti: ha ancora senso la distinzione o forse ha proprio più senso oggi, considerando la diversità delle figure in campo?

Ancora, la deontologia. Sono necessarie carte deontologiche o basterebbe ricorrere al codice civile?

Ho tentato un accenno a alcune di questioni sul tavolo, proponendole sotto forma di interrogativi, accennando ad un contesto che dice di crisi profonda e di cambiamento del sistema dei media, perché  credo che la discussione dovrebbe uscire dalla ristretta cerchia della cosiddetta “commissione speciale” e da quella più ampia del consiglio. Insomma sarebbe bello leggere su queste pagine contributi vari, che tengano conto di un mondo che si muove assai velocemente e che tengano presente l’obiettivo che ci siamo dati: quello di una riforma che avvicini davvero l’Ordine ai suoi iscritti, ai cittadini, utile, anzi indispensabile, in nome di un diritto, sancito dalla carta costituzionale, a “manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

       
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