
Veniamo alla parte più sostanziosa della riforma dell'Inpgi, approvata il 27 luglio scorso dal Consiglio di Amministrazione e ora sottoposta al vaglio dei Ministeri di Economia e Lavoro.
È d'obbligo una premessa; ci sono delle regole del gioco che vanno seguite.
Se i conti di un istituto previdenziale vanno male, come è il caso del nostro Istituto, bisogna fare un calcolo attuariale, cioè una elaborazione dei dati disponibili proiettati a un futuro di trent'anni secondo delle condizioni che vengono dettate dalla Ragioneria dello Stato. Le condizioni riguardano gli andamenti di vari indicatori, Pil, durata della vita media, andamento dell'occupazione, cose insomma che non possono essere previste a priori e che quindi vengono predeterminate dall'arbitro, lo Stato. Se le cose vanno come dice l'arbitro è possibile calcolare come andranno i bilanci
dell'Istituto, e quindi si può calcolare cosa succede se si taglia una o un'altra voce di bilancio, se se ne aumenta una terza o se ne cancella una quarta.
Quindi nei calcoli attuariali e nelle loro definizioni, nella scelta dei coefficienti da parte dell'arbitro, nella loro astrattezza risiede la aleatorietà delle previsioni che si devono sottoporre ai Ministeri, dicendo: le cose stanno andando in questo modo, noi interveniamo così e i conti andranno in questa maniera.
La riforma tuttavia, e giustamente, non si basa su questo, ma su una analisi realistica dell'andamento occupazionale e retributivo del settore, e delle conseguenze che ne derivano per le spese previdenziali e assistenziali.
E quindi questo è quello che dovrebbe accadere, secondo le misure assunte dal CDA, alle pensioni dei giornalisti erogate dall'Inpgi:
- Continueranno ad essere calcolate secondo un sistema retributivo.
- Continueranno ad avere un coefficiente di rivalutazione più alto di quelle erogate dall'Inps.
- Continueranno ad avere un coefficiente di rivalutazione più alto per le retribuzioni più basse, e più basso per le quote di retribuzione più alte.
- Verranno pagate per un periodo più breve, perché il requisito per la pensione di vecchiaia passerà da 65 a 66 anni; per accedere alla pensione di vecchiaia saranno necessari 20 anni di contributi, come prima.
- Verranno pagate per un periodo più breve perché non sarà più possibile andare in pensione prima dei 62 anni, mentre oggi si parte dai 57, o con 35 anni di contributi, perché a regime ne serviranno 40.
- Costeranno meno perché non ci sarà più la pensione di anzianità, ma un sistema flessibile che parte dai 66 anni di età e dai 40 anni di contributi per determinare un trattamento proporzionalmente ridotto del 5 % all'anno per ogni anno di anticipazione rispetto a uno o all'altro dei requisiti.
- Costeranno di meno perché a partire dal primo gennaio 2016 i coefficienti di rivalutazione si riducono. E questo è un argomento che richiede qualche
digressione.
Il sistema di calcolo della pensione è frazionato. Si basa sulle retribuzioni medie, rivalutate secondo l'andamento dell'indice ISTAT del costo della vita o strumenti analoghi, considerate nei vari periodi intercorrenti tra le diverse modifiche che sono intervenute negli anni.
Questi paletti temporali sono: 31/12/92, 31/7/98, 31/12/05, 31/12/06 e ora 31/12/15.
Per ognuno di questi periodi si calcola una media retributiva, che per i periodi precedenti al '93 permette di determinare i cinque anni migliori, per il periodo successivo permette di scartare gli anni di magra, in parte, per alzare la media, per i periodi successivi è la vera media delle retribuzioni.
Le retribuzioni, per calcolare la media considerando l'inflazione, vengono rivalutate in base all'indice Istat sul costo della vita fino al '92, sul costo della vita aumentato dell'uno per cento da allora a oggi. Con l'entrata in vigore della riforma l'uno per cento aggiuntivo verrebbe cancellato.
Per determinare la pensione si prendono i vari pezzi di media retributiva, si fa un calcolo e poi una somma. Se hai un pezzo di vita lavorativa in diversi periodi avrai pezzi di pensione riferiti ai vari periodi.
In base a un principio di solidarietà si è deciso, nella notte dei tempi, che la retribuzione media andasse tagliata a fette e rivalutata in base a un criterio inversamente proporzionale.
Per questo la retribuzione media fino a un certo livello viene rivalutata, per calcolare la pensione, in misura molto maggiore rispetto alla fetta di retribuzione eccedente certi limiti.
In pratica si prende la retribuzione media di riferimento e si fa una serie di strati. A seconda dei periodi. Fino al giugno '98 si considerava la media retributiva di tutta la categoria dell'anno precedente, da allora si considera la retribuzione del redattore ordinario maggiorata del 20%. Questa fetta viene oggi rivalutata del 2,66%.
Le fette successive della retribuzione vengono rivalutate con una percentuale inferiore.
La scalettatura è, a valori odierni, su scaglioni successivi in base a un
principio solidale di proporzionalità:
2,66% fino a una media retributiva di 44456 euro
2,00% da 44456 a 59126
1,66% da 59126 a 73797
1,33% da 73797 a 84466
0,90% oltre 84466.
Questo significa che oggi, con una media retributiva nella fascia più bassa, la media della mia retribuzione viene moltiplicata per gli anni di contribuzione e poi per l'aliquota di rivalutazione.
Esempio: media di 40000 euro per 35 anni per 2,66 = 37240.
Mentre per una retribuzione più alta si sommano le diverse parti del reddito medio, con una aliquota che scende.
Esempio due: media di 120000 per 35 anni = 41388+ 10941+ 8524+ 4966+ 11193 = 77012
Questo significa che il nostro sistema prevede oggi una pensione pari al 93% per una retribuzione inferiore alla media e del 64% per una retribuzione alta.
Oggi l'Inpgi eroga pensioni intorno ai 60000 euro.
Da gennaio le aliquote, se la riforma verrà approvata, scenderanno.
Dal 2,66 al 2,30.
Dal 2,00 all'1,73.
Dall'1,66 all'1,44.
Dall'1,33 all'1,15.
Dallo 0,90 allo 0,78.
Questo determinerà una riduzione sensibile della parte di pensione calcolata sugli anni a venire, mentre le parti calcolate sugli anni passati rimarranno uguali.
A regime la pensione di un giornalista che iniziasse a versare contributi previdenziali dopo l’entrata in vigore della riforma nel caso di una retribuzione media di 40000 euro per 35 anni sarebbe di 32200 euro, 5040 in meno rispetto a quanto determinato oggi.
E’ un taglio certamente sostanzioso, molto inferiore però al taglio che si avrebbe adottando il “sistema INPS”, che a parità di requisiti determinerebbe una pensione di circa 23530 euro. 13710 euro in meno rispetto al sistema INPGI attuale, 8670 euro in meno rispetto al nuovo sistema INPGI.
Col nuovo sistema la pensione dell’ipotetico collega con una retribuzione media di 120000 euro scenderebbe a 66640 euro circa.
( N.B. il riferimento a 35 anni di contribuzione è puramente funzionale a descrivere grandezze omogenee e il reale ammontare delle pensioni va calcolato sui numeri reali, diversi per ognuno. Ma l’ordine di grandezza è questo)
La riforma contiene anche altri tagli alle prestazioni, li vedremo in seguito.
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4 - segue)