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Non CIEntriamo ancora, purtroppo


di Mario Consani "I Cie sono un aspetto vergognoso del nostro Paese, è una questione nazionale ma Milano vuole fare la sua parte: per anni è stata una città dove dalle istituzioni si è praticata la ghettizzazione dei diversi e degli immigrati, adesso vogliamo fare in modo che proprio dalle istituzioni si sviluppino pratiche innovative per l'integrazione". Parole finalmente chiare quelle  dell'assessore comunale alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino, a margine di una manifestazione antirazzista questa mattina in piazza Duomo. Esplicite anche per quanto riguarda  l'informazione da garantire all'opinione pubblica su quanto avviene all'interno dei centri. "I Cie sono sfuggiti totalmente al controllo rispetto agli obiettivi di fondo, sono oggi posti che prevedono pratiche di detenzione. E poi è surreale che per i giornalisti San Vittore sia più accessibile del Cie", ha aggiunto Majorino. Surreale davvero, tanto più che dopo la direttiva dell'ex ministro leghista Bobo Maroni che aveva chiuso le porte dei Cie alla stampa, la campagna di ordine e sindacato LasciateCIEntrare pareva aver avuto successo. Tre mesi fa, infatti, il nuovo ministro Annamaria Cancellieri ha diramato una circolare in cui si invitano le prefetture a far entrare i giornalisti nei Cie. Peccato che a Milano le porte continuino a rimanere  sbarrate. I Cie, centri di identificazione ed espulsione che ospitano i migranti irregolari in attesa di espulsione, sono 13 sparsi in tutta Italia, da Torino a Trapani passando per Milano, Bologna, Roma e Catanzaro. Non sono carceri ma quasi. “I CIE sono peggio delle carceri, perché nelle carceri ci sono diritti che vengono comunque garantiti, ad esempio il diritto di vedere il tuo difensore o i tuoi familiari, mentre nei CIE questi diritti non esistono” assicura Alessandra Ballerini, combattivo avvocato genovese che di CIE ne ha visti molti e nei giorni scorsi ha partecipato a Milano a un seminario per giornalisti proprio sul tema "CIE, istruzioni per l'uso" al Circolo della Stampa,  curato dalla giornalista Raffaella Cosentino sempre nell'ambito della campagna LasciateCIEntrare. Il funzionamento dei CIE è di competenza del prefetto, che affida i servizi di gestione della struttura a soggetti privati. Le forze dell'ordine presidiano lo spazio esterno delle strutture e possono entrarvi solo su richiesta degli enti gestori in casi eccezionali e di emergenza.  Secondo i dati forniti dal Ministero dell'Interno, al 20 dicembre 2011 erano 1.050 migranti presenti all'interno dei CIE, in via Corelli ben 132. Una giornalista  di Terre di Mezzo che ha chiesto di recente alla prefettura di poter entrare nel centro di via Corelli si è vista rispondere così:  "A seguito di disordini avvenuti di recente, la struttura presenta alcune parti inagibili, che hanno reso necessario l’avvio di lavori di sistemazione per i danni causati nella circostanza. Il Ministero dell’Interno, interessato al riguardo da questa Prefettura, ha perciò espresso parere che, per prevenire il ripetersi di nuovi episodi,  per il momento non possa essere consentito l’ingresso nella struttura ad estranei". E ieri gli avvocati  difensori  di 4 tunisini, imputati proprio per quei disordini avvenuti in via Corelli  a gennaio, hanno chiesto al giudice di «essere autorizzati» ad accedere nel centro accompagnati anche da tre giornalisti, perchè «esiste un rilevante interesse pubblico» nell'entrare e verificare lo «stato di quei luoghi». In particolare, i legali Eugenio Losco e Mauro Straini hanno avanzato al gip Laura Marchiondelli l'istanza perché - spiegano - verificare «lo stato dei luoghi e del settore in particolare» dove è avvenuto l'incendio di cui sono accusati gli immigrati, è necessario per poter difenderli nel processo. L'istanza è stata formulata sulla base della norma che prevede le indagini difensive anche in relazione ai «luoghi non aperti al pubblico», come i Cie. La norma indica infatti che bisogna richiedere il via libera del gip. I due legali hanno anche chiesto che possano accedere assieme a loro una giornalista del Tg3 Lombardia, la collega di Terre di Mezzo finora non ammessa e un altro cronista di Radio Popolare.
       
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