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La 7, e-polis, Gruner: lo tsunami si avvicina?


di Guido Besana

Tempo di pessimismo. Qualcuno dice che ci sta arrivando addosso un Tir, altri usano la metafora dello Tsunami, per qualche collega sarà una valanga. Che succede è presto detto: i bilanci delle aziende vanno male, e anche le più solide sembrano scricchiolare di fronte all'evoluzione negativa dell'economia, al taglio degli investimenti pubblicitari, all'impetuosa avanzata dei nuovi media e dei servizi digitali a pagamento. La carta stampata sembra non reggere l'urto, la profezia sull'ultima copia del New York Time echeggia in sottofondo e i giornalisti si preoccupano. In una settimana sono arrivate tre notizie che, ognuna a suo modo, hanno ulteriormente allarmato le redazioni. La prima è che del tanto discusso terzo polo televisivo, di telesogno, insomma della Sette non importa poi più di tanto a nessuno; la proprietà decide di tagliare, vengono prospettati pesanti tagli di personale, venticinque colleghi rischiano il posto in seguito all'annuncio della procedura di mobilità. Nel settore radiotelevisivo non si applica la legge 416, non ci sono i classici ammortizzatori sociali "di categoria", è tutto diverso, all'americana. E anche la seconda notizia è all'americana, la riorganizzazione di un gruppo solido e strutturato come Gruner & Jahr - Mondadori parte con licenziamenti secchi, giustificati semplicemente dalla decisione di "sopprimere" determinate posizioni lavorative, si comincia con un vicedirettore poi si vedrà. La terza notizia si intravvede appena attraverso la polvere di quello che pare un crollo repentino, e-polis non esce perchè il direttore ha tolto la firma, ma dietro c'è il rifiuto da parte delle tipografie di continuare a stamparlo a credito. E nella compagine di quella che fu l'ultima creatura di Grauso sembrano entrare, dopo Dell'Utri e Rigotti, Bocchino Bonsignore e Consorte. Ma i 120 o 130 colleghi, nessuno sa poi davvero quanti siano, non pare abbiano un futuro piacevole davanti a se. Bastano tre notizie a far prevedere lo Tsunami? No di certo, ma alle notizie si accompagnano le voci: da un anno la Poligrafici editoriale parla di un taglio di ottanta unità, alla Mondadori dicono che non ricollocheranno più nessuno in caso di nuove chiusure di testate perchè i giornalisti sono già troppi, nei corridoi del gruppo Espresso Repubblica l'arrivo della dottoressa Mondardini al posto di Benedetto viene associato all'intenzione di liberarsi, se possibile in modo indolore, di un numero consistente di stipendi "pesanti", anche qui si parla di un'ottantina, al Corriere i colleghi più pessimisti, o forse realisti, guardano con preoccupazione ai dati di vendita e bisbigliano la notizia di un centinaio di tagli in arrivo. All'estremo opposto del mondo editoriale Mediacoop, Liberazione, il Manifesto, il Secolo d'Italia, la Padania e qualche giornale "di partito" per opportunità economica si apprestano ad affrontare i tagli del sostegno all'editoria come gli abitanti di New Orleans quando arriva l'uragano. E sono certi di rischiare la chiusura. Anche perchè dopo i tagli arriverà il nuovo regolamento, e quale partito vorrà avere un giornale che in realtà non avrà visto che dovrà essere una vera cooperativa di giornalisti, soci lavoratori e proprietari della testata? Gli toccherà pagarselo davvero il giornale, per poterlo controllare. E tutte le aziende editoriali hanno ormai esaurito i poligrafici, non c'è più da tagliare lì, se bisogna tagliare si deve tagliare altrove; ad esempio nelle redazioni. Intanto il mondo cambia, internet cresce, il fatturato dei contenuti digitali a pagamento, Sky e Mediaset in testa, cresce del 20% all'anno, i lettori invecchiano, i giovani usano la rete e la telefonia, il modello di accesso alle notizie diventa un altro. I colleghi guardano alle proprie aziende e si chiedono cosa stiano facendo i manager di fronte al cambiamento. E vedono che questi non fanno nulla, non si muovono sul digitale terrestre per poter vendere contenuti, non si muovono sul mobile per vendere contenuti, non credono più nei collaterali, non sanno fare siti internet e continuano a vagheggiare di "portali", che è una bella parola perchè rotola via, piena di nulla. E a questo punto gli viene in mente che da quasi due anni si parla di come mettere a carico dello Stato, o delle aziende ma tanto quelle rifiuteranno, il costo dei prepensionamenti e delle ristrutturazioni che oggi pesano sull'Inpgi e decurtano le pensioni future. Poi pensano che se mai arriverà questa nuova normativa dovrà valere per tutti, anche per le televisioni, le radio, i services che oggi sono in crisi profonda, e che allora arriveranno i prepensionamenti anche per i periodici, e non solo per i quotidiani, e alla fine pensano che forse questa cosa che sta arrivando potrà riguardare anche loro, in prima persona, e cominciano a fare due conti: ottanta, più cento, più ottanta, più venticinque, più un centinaio, più..... Qualcuno lo chiama un Tir, qualcuno Tsunami, qualcuno valanga. Dicono che arriva, ma non si sa ancora da dove.
       
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