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Donne e pensioni. Chi ha dato ha dato ha dato...


imageOggi sono andata in uno studio professionale, per motivi privati. "Giornalista? Ah! Ora vi tagliano le pensioni, ho sentito". Non l'ho preso a sberle, ma ho chiesto le sue fonti. Dalla risposta ho capito che lui, tutt'altro che uno sprovveduto, e suppongo con lui altre centinaia di migliaia di italici, aveva fatto un potpourri assemblando notizie su l'inchiesta Sopaf, la trasmissione della Gabanelli, il tormentone "il tesoro delle casse private che fa gola allo Stato" ed era arrivato alla conclusione suddetta. Il fronte più avanzato su cui prima o poi ci troveremo a dover combattere necessita però di buona memoria. Ed io ci tengo a ricordare che noi "ragazze" siamo in credito. Tre anni fa, il 15 luglio 2011 l'Inpgi votò l'innalzamento dell'età pensionabile delle donne. Un sacrificio per una parte sola, affrontato senza strepiti da parte delle colleghe, ma chiedendo che almeno fosse l'occasione per un riequilibrio, almeno parziale, dei doveri e dei diritti nell'Inpgi, come pure in tutti gli altri istituti di categoria. Ora ci si concentra sulla crisi epocale della carta stampata e sulle sue ricadute sull'Istituto. Giusto. Ma l'emergenza fa dimenticare le promesse? Chi ha avuto ha avuto, ma soprattutto chi ha dato ha dato ha dato.... Eppure dall'emergenza si esce "anche" rompendo le gabbie degli egoismi: occorre arrivare sul baratro per ipotizzare soluzioni improntate a maggiore solidarietà sociale, alla condivisione delle responsabilità fra generi, al coraggio di sperimentare innovative regole sul lavoro? Per cui, della serie "te l'avevo detto io", ripropongo un documento che in molte/i in quel luglio 2011 firmarono... Marina Cosi Va bene "uguali ", però in tutto. I soldi della parità pensionistica vengano utilizzati, per intero o in gran parte, per finanziare la parità sostanziale delle opportunità PERCHE' LA MANOVRA INPGI SULLE DONNE NON SIA UNA MANOVRA "PER SEMPRE" CONTRO LE DONNE Pari condizioni per pari doveri. Una richiesta semplice, ma inderogabile. Se l'Inpgi si limitasse a spostare di 5 anni l'età pensionistica, senza intervenire sugli ostacoli che gravano sul percorso lavorativo delle donne, che sono e restano "diverse", e dunque senza tener conto delle loro specificità sociali, creerebbe una sperequazione intollerabile. Al contrario può, attingendo ai "risparmi" ottenuti con la manovra di riallineamento, pareggiare le opportunità almeno per le più giovani e per le future giornaliste. Con interventi diretti alla flessibilità dei tempi, al sostegno protratto della maternità, al finanziamento di spazi e figure per l'infanzia, a strumenti di condivisione, alla modulazione di carichi fiscali . Questo certo non sarebbe d'aiuto a chi vede slittare l'età del proprio pensionamento avendo ormai compiuto scelte professionali, assunto impegni, sostenuto oneri economici (riscatti, ricongiunzioni) sulla base dell'attuale normativa. Né questo da solo spiega la velocità del riallineamento Inpgi, quando nel resto del settore privato la manovra inizierà nel 2020. Né tantomeno giustifica l'introduzione senza un'ampia discussione di base nelle redazioni e con le dirette interessate. Eppure questa introduzione, pur drammatica per la vita di molte, potrebbe essere l'occasione storica per cambiare la politica del welfare di categoria attivandolo non solo per le emergenze (come disoccupazione, invalidità, ecc.) o a fine vita lavorativa per le basse pensioni, ma in maniera strutturale per riequilibrare le opportunità fra i generi. Sarebbe una solidarietà generazionale, oltreché di genere. Investire gran parte dei denari "risparmiati" - sulla pelle di donne con all'attivo una vita di doppio lavoro, la maternità pagata a caro prezzo e una carriera a scartamento ridotto - significa affermare: "basta, non deve succedere più". Finanziamenti, sgravi, sabbatici, orari, asili, tutor ecc.; non c'è niente da inventare, basterebbe ad esempio guardare oltralpe e copiare. Di sicuro non va invece seguito il pessimo esempio italico del Fondo Strategico per il Welfare familiare, prima promesso per rabbonire le donne e poi bellamente scippato. A dimostrazione che non è un problema solo nostro, della categoria giornalistica; ma proprio per questo qualcuno deve pur cominciare a sperimentare una soluzione giusta e coraggiosa contro questo squilibro ormai insostenibile per la salute, economica e democratica, del Paese. Non sarà facile scalare la montagna di pregiudizi, le accuse di "privilegi", l'appello al "momento difficile". Ma sarà doveroso rispondere mostrando le tabelle Inpgi sulle qualifiche professionali Uomo/Donna e sugli stipendi medi, la ricerca sui tassi di procreazione Giornalisti/Giornaliste, il restringersi della forbice di Aspettativa di Vita fra i due sessi. Converrà soprattutto ricordare che la ratio del pensionamento a 60 anni anziché a 65 fu in origine pensata come "risarcimento" per una "scontata" fatica femminile di doppio lavoro, ma, ora che questa condanna non dovrebbe esserci più, bisogna avviare azioni positive perché al dovere di tempi eguali corrisponda il diritto a impegni eguali. Applicando la stessa severità anche alle crescenti truffe di quei pensionati che sottraggono risorse ingenti all'Istituto attraverso matrimoni di comodo: trattando un istituto di solidarietà (la reversibilità) come fosse una privata proprietà. A titolo esemplificativo, alcune basilari proposte d'intervento: · integrazione dell'indennità per la astensione facoltativa (oggi c'è un 30% della retribuzione, a carico dell'Inps ) prevedendo una ulteriore percentuale a carico dell'Inpgi; · riconoscimento di contributi figurativi sulle differenze con la retribuzione piena per le donne che optano per il tempo parziale fino ad una determinata età dei figli (da definire: potrebbe andare dal periodo di astensione all'età scolare); · riconoscimento alle donne in astensione obbligatoria e facoltativa delle condizioni di miglior favore previste per i disoccupati per i prestiti; · introduzione di un regime di rimborsi, analogo a quelli per le case di riposo, per le rette di asili nido dei figli e lungodegenze, o assistenze infermieristiche, o cure per patologie particolari come le neurodegenerative dei genitori e coniugi a favore di donne giornaliste e loro nuclei famigliari in condizioni di monoredditualità, al di sotto di una certa soglia; · riconoscimenti (sgravi contributivi e prestiti agevolati) alle aziende che aprono asili nido interni e sportelli per adempimenti burocratici (il cosiddetto "servizio maggiordomo"); · programma di investimento in strutture di sostegno, ad esempio asili nido, case famiglia, hospice, abitazioni collettive, destinate a figli e genitori di giornalisti. I criteri di scelta dovrebbero comprendere un mix tra finanziamento pubblico, aziendale dove possibile, rette a carico dei beneficiari; · estensione del trattamento di disoccupazione di miglior favore (già previsto per i dipendenti di aziende in crisi o fallite ultracinquantacinquenni: 2 anni pieni e 2 a regime ridotto invece che 1 e 1 ) alle donne che si dimettono per maternità; · conferma degli attuali coefficienti alla base del calcolo pensionistico, propri del primo pilastro previdenziale, e rifiuto di stravolgerne l'impianto attraverso l'introduzione di criteri "assicurativistici", come ad esempio l'aspettativa di vita. Proposte analoghe, per quanto applicabili, devono valere anche per la gestione separata dell'Inpgi (Inpgi2). Marina Cosi, Guido Besana (consiglieri generali Inpgi) Milano, 2 luglio 2011 Approvano e sottoscrivono questo documento nonché le relative proposte, aperte a contributi migliorativi in sede di discussione, le/i colleghe/i (primi firmatari): Barbara Bisazza, Vera Paggi, Monica Bozzellini, Marina Macelloni, Francesca Detotto, Giuliano Modesti, Saverio Paffumi, Cristina Pecchioli, Giuseppe Ceccato, Rita Musa, Assunta Sarlo, Bruno Ambrosi, Maxia Zandonai, Franco Mimmi, Benedetta Barzini, Giovanna Salvini, Gegia Celotti, Silvia Sacchi, Giorgia Bianca Cozza, Laura Barsottini, Andrea Leone, Carla Chelo, Marina Blasi
       
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