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Meno tv più streaming. Cosa ci aspetta

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Il Centro studi di Mediobanca ha pubblicato l’annuale report Media & Entertainment e se ne desume fra l’altro un trasferimento del consumo giovanile sulle piattaforme ed un invecchiamento dell’utenza della tv tradizionale.

Tradotto, fra l’altro: si restringono gli spazi di informazione in favore dell’intrattenimento. Ritradotto: meno lavoro per noi, giornalisti. Anche se è vero che molti colleghi si sono riposizionati fra i comunicatori, ma certo non basta. Questi i dati: Nei primi nove mesi del 2021, le principali Media & Entertainment companies internazionali crescono del 13% rispetto allo stesso periodo del 2020. È proseguita la forte espansione dei servizi streaming, i cui ricavi sono aumentati del 25% (arrivando a rappresentare il 18% circa del giro d’affari complessivo); in rimbalzo anche la raccolta pubblicitaria (+19%) e gli introiti dei parchi a tema (+47%, ma con ancora un limitato apporto ai ricavi aggregati), mentre il recupero della Pay TV tradizionale non è andato oltre il +3,6%, confermando una modalità di accesso ai contenuti media sempre più on demand e frammentata. Sempre nella nuova edizione del Report Media & Entertainment dell’Area Studi Mediobanca (resa pubblica il primo aprile; naturalmente è solo una coincidenza…) si annota come, a livello di redditività industriale, l’ebit margin sia salito al 16% nei primi nove mesi del 2021, in miglioramento sul 2020. Nota: fra gli otto operatori con redditività superiore a quella media di settore, ben sette sono statunitensi. Le principali società internazionali hanno registrato una consistente crescita del pubblico, soprattutto tra gli abbonati alle piattaforme streaming (+26% tra il settembre 2021 e lo stesso mese del 2020).

La pandemia ha accelerato il cambiamento, già in atto da tempo, nei comportamenti degli spettatori, soprattutto nella fascia dei nativi digitali, sempre più attratti da modalità di fruizione basate sulle logiche del wheneverwherever and on any device. Per le tv tradizionali diventa quindi fondamentale ampliare l’offerta digitale e assecondare i gusti emergenti degli spettatori. Nel 2020 il giro d’affari aggregato dei 21 principali operatori internazionali privati ammontava a € 271 mld (-7% rispetto al 2019), per circa l’85% generato da operatori a stelle e strisce.

Nel triennio 2018-2020, i ricavi dei colossi privati del settore televisivo sono diminuiti in media del 2,8%, con il continuo sviluppo delle piattaforme di streaming che ha bilanciato il rallentamento delle tv tradizionali, penalizzate anche dalla cancellazione e/o riprogrammazione di eventi sportivi durante il primo semestre 2020.

Dolenti note: ORGANICI IN ULTERIORE CALO. Nel 2020 infatti il giro d’affari del settore radiotelevisivo italiano ha proseguito il trend calante, scendendo complessivamente a € 8,1 mld (-6,6% sul 2019), con un’incidenza sul PIL pari allo 0,5%. Il calo investe tutti i comparti: -22% la radio (€0,5 mld nel 2020), -7% la TV in chiaro (€4,4 mld) e -2% la TV a pagamento (€3,2 mld). Quest’ultima però cela dinamiche opposte: mentre la Pay TV tradizionale frena (-8,5%), invece gli abbonamenti streaming crescono a doppia cifra (+42,5%), rappresentando ora l’8,3% dei ricavi aggregati del settore (+2,9 p.p. rispetto al 2019). Sono in contrazione anche i ricavi da canone (-4,1%), con il numero degli abbonati al servizio pubblico sostanzialmente stabile sui livelli di fine 2018. È possibile, anzi probabile, ovvero è certo, che la scelta obbligata (dagli impegni per il PNRR) di levare il pagamento coatto del canone Rai dalla bolletta della luce, riportandolo alla precedente modalità di riscossione “volontaria” ripristini anche le precedenti brutte abitudini (leggi: evasione).

Calano i ricavi e cala l’occupazione: nel 2020 gli otto principali operatori Media&Entertainment italiani hanno subìto una contrazione dei ricavi dell’8,8% sul 2019, quale effetto dei minori introiti pubblicitari (-13,5%) e della distribuzione di contenuti (-10,3%). Segno negativo, ma più contenuto, anche per i ricavi della Pay TV (-2%). Sempre nello stesso 2020 è stata registrata  una diffusa diminuzione degli organici sia sul 2019 (-1,7%, -362 unità) sia rispetto al 2018 (-2,5%, -547 unità).
Invece per il 2021 si stima una crescita dell’8% dei ricavi complessivi dei principali operatori italiani del settore, grazie alla ripresa della pubblicità e all’ulteriore accelerazione dei servizi streaming che sfrutterà anche il completamento (previsto per gennaio 2023) del passaggio al digitale terrestre di seconda generazione (c.d. switch-off). Ma questo soltanto se l’Italia riuscirà a superare il gap che la divide dal resto d’Europa, o comunque dai principlai Paesi europei, nella copertura delle reti broadband VHCN (Very High Capacity Networks).
Col risultato che molti spettatori siano spinti dal bisogno di risparmio a cercare in rete contenuti gratuiti, diversificando le fonti media. Da qui, secondo il Report Media Mediobanca, un calo progressivo delle sottoscrizioni ai principali player S-Vod e l’incremento dell’importanza delle offerte A-Vod (Advertising video on demand), a vantaggio degli operatori tradizionali del segmento, favorendo l’ingresso di nuovi operatori e il lancio di nuove offerte che combinino i business model dei servizi S-Vod, A-Vod e T-Vod (Transactional video on demand). E la moltiplicazione delle offerte in streaming renderà necessaria la ricerca, da parte del telespettatore, di un “filo d’Arianna”. Cioè di “aggregatori di contenuti” che gli propongano, oltre ad un quadro delle offerte disponibili, anche un servizio di illustrazione ed orientamento dei contenuti disponibili.

Gli ascolti e l’età media del telespettatore. Grazie alla pandemia gli spettatori italiani hanno incrementato il tempo trascorso quotidianamente davanti al piccolo schermo: 4 ore nel 2019, 6 ore nel 2020, una via di mezzo nel 2021. Sottolinea il report Mediobanca: i principali operatori continuano a sviluppare l’87% delle quote di ascolto nel giorno medio, con le piattaforme digitali in progressiva espansione a fronte del generale ridimensionamento dei canali tematici. Ma soprattutto l’età del pubblico continua ad aumentare (dai 56 anni del 2018 ai 58 anni medi nel 2021), con le nuove logiche di fruizione dei media che trasferiscono sempre più pubblico dalla TV lineare verso quella on demand.

Triangolando il giro d’affari in Europa, il servizio radiotelevisivo pubblico ed il canone, troviamo in prima fila la tv pubblica tedesca con 8,5 miliardi di euro, pari al triplo di quello italiano (€2,5 mld). Al secondo ed al terzo posto troviamo invece Gran Bretagna (€6,7 mld) e Francia (€3,6 mld). Nel 2020 l’Italia ha segnato la maggiore contrazione dei ricavi (-5,4% sul 2019), seguita da Germania e Francia (rispettivamente -1,9% e -2,8%). Variazione in positivo invece per Spagna (+1,3% sul 2019) e Regno Unito (+1,2%).

L’Italia si distingue nella redditività industriale: nel 2020 l’ebit margin della TV pubblica italiana si è attestato al 3,8% (in miglioramento di 1,1 p.p. sul 2019), inferiore solo al 6,6% del Regno Unito, mentre permangono in territorio negativo Francia (-1%) e Spagna (-3,5%). Ma l’Italia ha il canone unitario più leggero, inferiore anche alla media europea (€0,25 al giorno per abbonato contro i €0,34 medi). Molto più onerose per i contribuenti sono la tivù pubblica tedesca (€0,58 giornalieri), la britannica (€0,48) e la francese (€0,38). Ciononostante non ci vuole la sfera di cristallo per ipotizzare che la cessazione dell’obbligo del pagamento del canone in bolletta porterà l’Italia ad una media “pagata” ulteriormente più bassa…

       
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