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La pensione, le donne e l'età bugiarda


Di Mariagrazia Rossilli  

E’ giusto che le donne vadano in pensione prima degli uomini? O ha ragione il ministro Brunetta? C’è molta demagogia interessata attorno a questo problema su cui forse conviene fare chiarezza. Ecco qualche spunto, non fazioso, di riflessione. Prima verità. La sentenza della Corte di giustizia Europea del 13 Novembre scorso riguarda esclusivamente la diversa età pensionabile di uomini e donne della Pubblica Amministrazione dato che la Corte considera il regime INPDAP come regime pensionistico professionale e, in quanto tale soggetto all’art 141 del Trattato, a differenza del regime pensionistico legale gestito dall’INPS che rientra invece nell’ambito di applicazione della direttiva del 1978 relativa alla graduale attuazione della parità di trattamento tra i sessi in materia di sicurezza sociale. Questa distinzione è l’argomento fondante della sentenza che, proprio sulla base di questa distinzione, considera le pensioni del regime INPDAP come parte della retribuzione e, in quanto tali, rientranti nell’ambito di applicazione dell’art.141 del Trattato. Che si sia d’accordo o meno con questa draconiana sentenza, tanto più draconiana in quanto l’età pensionabile a 60 anni è comunque un’opzione non un obbligo, essa non lascia alcuna possibilità di essere interpretata come relativa all’età pensionabile di tutte le lavoratrici e non può perciò essere usata allo scopo di giustificare scelte politiche in questo senso, secondo la proposta Brunetta. Seconda verità più generale. In questa, come in analoghe sentenze precedenti (vedi quella del 1991 che condannava l’Italia per il divieto di lavoro notturno femminile), la Corte impone solo di eliminare la differenza di trattamento tra uomini e donne, non di equiparare necessariamente le donne agli uomini. Suona forse come una provocazione ricordare oggi, in tempi di vacche magre e dopo più di un decennio di riforme pensionistiche per l’allungamento dell’età pensionabile e volte al risparmio di spesa, che si potrebbe dar seguito alla sentenza abbassando l’età degli uomini. Eppure vale la pena ricordarlo perché, in passato, in epoche meno dure e su questioni come il lavoro notturno si sarebbe potuto seguire questa via. E vale la pena ricordarlo perché forse, rispetto a molte analoghe situazioni, l’uguaglianza di trattamento avrebbe potuto non essere una spada a doppio taglio per le donne bensì un progresso per entrambe. Terza verità. Il governo intende allungare l’età pensionabile per tutte le lavoratrici e anche per tutti i lavoratori (ritorno alla riforma Maroni) ma va ancora una volta ribadito che le casse dell’INPS, epurate dell’assistenza che spetterebbe alla fiscalità, rispetto alle contribuzioni previdenziali sono in attivo e non c’è alcun imminente motivo di allarme rispetto al pagamento delle pensioni, come il sociologo del lavoro Luciano Gallino ha più volte dimostrato, cifre alla mano. Il problema demografico dell’allungamento della vita che appesantisce la spesa pensionistica è in parte già trattato dalle riforme di questi ultimi anni, ma, soprattutto, va affrontato riequilibrando la spesa grazie all’aumento dell’occupazione femminile, cosa che avrebbe anche l’effetto indiretto di porre un freno al calo delle nascite che tanto contribuisce a determinare lo stesso problema demografico. E’ proprio l’aumento dell’occupazione femminile il motore indispensabile per la sostenibilità dell’intero sistema previdenziale e per la complessiva riforma del sistema di welfare, oltre che per l’indipendenza economica delle donne, per la loro scelta di maternità, per la vita dignitosa delle madri single e della maggioranza delle famiglie. Qualche proposta. Le donne rappresentano la maggior parte delle pensioni sociali e delle pensioni di vecchiaia in conseguenza del fatto che entrano nel mercato del lavoro più tardi ed hanno interruzioni nelle loro carriere lavorative. In più, con il sistema pensionistico a contribuzione, sempre più le donne tendono e tenderanno a rimanere al lavoro oltre i 60 anni per poter arrivare ad una pensione minimamente decorosa, ammesso che riescano ad arrivarci superando l’attuale dilagante precarizzazione. Iniquità di genere, conseguenza di discriminazioni e disuguaglianze nella vita lavorativa, si trascinano fino alla pensione e richiedono di esser raddrizzate, non conservate nè aggravate. Togliere la possibilità di andare in pensione a 60 anni a chi ha la disponibilità economica per farlo aggrava l’iniquità a carico di chi ha fatto un’intera vita di doppio lavoro (prescindendo da qualsiasi ragionamento di equità rispetto ai lavori usuranti di cui molti svolti principalmente da donne non sono riconosciuti tali). Tuttavia la possibilità di andare in pensione prima degli uomini non è un rimedio volto a sradicare il cumulo di disuguaglianze che le donne subiscono nella loro vita lavorativa, ma e’ solo una tardiva compensazione per una vita di doppio lavoro. In quanto compensazione e non rimedio, contiene anche aspetti di iniquità tra donne, ad esempio tra chi ha avuto figli e chi no. In nome di cosa una donna senza figli dovrebbe usufruire di un età pensionabile “privilegiata” rispetto all’ uomo? In nome di aver svolto lavoro di cura per un marito che poteva farsene carico personalmente? L’età pensionabile differente per le donne contribuisce a conservare le disuguaglianze nel mercato del lavoro e la divisione del lavoro nel privato (non a caso è misura protettiva voluta a suo tempo anche per ridurre la presenza delle donne nel mercato del lavoro). Altre misure dovrebbero essere prese per sradicare disuguaglianze e iniquità non incongrue come una compensazione tardiva per ingiustizie subite nella vita: incentivi per lo sviluppo di un’occupazione femminile tutelata in tutti i diritti e non precarizzata, servizi di cura in quantità e qualità adeguate, congedi di maternità parentali e di paternità più lunghi e retribuiti in modo adeguato e con adeguati contributi figurativi ai fini pensionistici, adeguati sgravi fiscali per le spese per la cura delle persone e dell’infanzia, educazione fin dalla scuola dei bambini maschi per rendere normale la condivisione delle responsabilita’ e lavori familiari, programmi contro gli stereotipi culturali che dipingono le donne come “naturalmente” volte ai lavori di cura, insomma quell’insieme di misure che rispondono al modello sociale di “universal breadwinner e universal caregiver” per tutti gli individui donne e uomini (v. la filosofa femminista Nancy Fraser). Appare perciò assolutamente insufficiente e così minimalista da essere politicamente perdente lo scambio, proposto dal PD, tra allungamento dell’età pensionabile delle donne e misure di sostegno all’aumento dell’occupazione femminile. Penso che non sia tempo nèdi mis erabili baratti politici, nè di semplice difesa che conservi lo stato esistente pessimo per occupazione e complessiva condizione delle donne. E’ tempo invece di portare avanti in Parlamento (se il PD facesse corrispondere la cosa alla parola “riformista”) e fuori, da parte della sinistra ex-arcobaleno, dei sindacati e delle forze della società civile, una battaglia politica che impedisca qualsiasi allungamento dell’età pensionabile se non attuato in modo graduale, con connessa revisione dei lavori considerati usuranti, e contestuale ad un pacchetto di riforme finanziate con legge e fondi appositi blindati per i prossimi anni. Mai come in questo caso la migliore difesa e’ l’attacco.

       
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