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Essere o non essere? Il giornalista e il suo Ordine


Tutto è cominciato con una collega che vuole andarsene dall'Ordine anche (non solo, ma anche) perchè ormai latitano i lavori giornalistici retribuiti. Non una qualsiasi, ma una con cursus honorum di grande rispetto e in giornali "intelligenti", inviata, coporedattrice, inchiestista, scrittrice, che oltre ad essere colta, coraggiosa e di bella scrittura, qualità già di per loro rare, ci mette in più la dote di una perenne ironia. I particolari non conta raccontarli minuziosamente, se non che l'intenzione di mollare tutto della nostra s'era sfortunatamente incrociata con la "pulizia periodica degli elenchi" (si chiama così l'atto di buttar fuori i morosi dall'Ordine). Da lì un vaudeville del tipo: io me ne vado, no sono io che ti caccio, no l'avevo detto prima io... Sta di fatto che l'evento scatena fra di noi una discussione appassionata, a tre stadi, come i razzi. Primo stadio, piovono sulla nostra dichiarazioni di stima e di affetto di ex colleghi. Che non la smuovono d'un passo. Secondo stadio, dibattito sulla motivazione a monte della scelta: la precarietà del lavoro giornalistico. Con testimonianze di giovani invano brave, di meno giovani invano esperte o esperti. Cambiano i dati anagrafici, non la disperazione. Terzo stadio, riflessioni sull'"appartenenza". Siamo forse noi giornalisti come i preti che, se pur buttano la tonaca alle ortiche, però "dentro" restano pur sempre appassionati cronistacci? Chiedendo scusa per la sintesi e le selezioni, che sempre offendono qualcuno, ma ritenendo interessante il cuore del problema, ci metto la faccia e quindi racconto il volo del razzo. Poi, linciatemi pure... Marina Cosi Primo stadio. Lei, M. - Senza polemica, ma come alcuni sanno ho avuto una crisi di rigetto nei confronti della professione (che era anche diventata un hobby costoso) e il senso di straniamento è cresciuto. Non sono l'unica, peraltro, a vivere questo disagio. Ho chiesto la cancellazione dall'Ordine, per cessazione di attività (da anni non scrivo nulla di giornalistico, se non rarissimi pezzulli gratis e per fare un piacere a qualcuno, su cose che non mi costano fatica). In questo periodo ricevo lettere raccomandate in cui mi si minaccia la radiazione, cosa singolare visto che sono stata io a chiederla. Il tono francamente non è dei più simpatici, anche perché non mi sento particolarmente responsabile dell'affossamento della professione, ma mi rendo conto che si tratta di documenti standard. (...) È una cosa di cui non desidero più fare parte, e basta. L'unica cosa è che mi chiedono di restituire la tessera, ma questa è andata distrutta all'inizio degli anni Novanta, in un'alluvione in Liguria. Quindi non farò come nei film polizieschi, con il reietto che riconsegna pistola e distintivo. :-) Gli altri - 1 Vera) Una bruciante sconfitta della nostra professione. Certo, c’entra anche la crisi dell’editoria, ma è 20 anni che parliamo di crisi dell’editoria ( ...). Un'amara riflessione guardando soprattutto al futuro di questo mestiere. - 2 Gabriele) E' bello che qualcuno pensi che questo mestiere abbia un futuro. In fondo lo penso anch'io, ma allo stesso tempo faccio davvero fatica a figurarmelo. Perché quello che vedo nel presente mi fa abbastanza senso. (...). Tutto ciò conferma che non solo non sopravvivono le imprese collettive, ma ormai non si sopravvive più neppure individualmente, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista della soddisfazione personale, per chi e come si lavora oggi. Poi resta ovviamente intatto il fatto che l'informazione è un bene prezioso, fondamentale, sempre più prezioso e sempre più fondamentale di una società civile, che sia su carta, on line, in tv, sul telefono, sulla tavoletta di pietra stile Flintstone. Ma molto dipende, come diceva il vecchio maestro con la barba (e non ditemi che è superato perché mi viene da ridere), e lo ripeteva sempre, saggiamente, un mio amico che di recente se n'è andato, Giovanni Cesareo, parlando di cose attualissime, come la tv dell'oggi e del futuro, e di altri media, dal modo di produzione che sta alle spalle, di questa attività umana come di quasi tutte le altre. Che non è affatto solo una questione di paghe, orari, ferie, qualifiche, etc, ma di diritti, soddisfazione, orgoglio di sé, etc. nel farlo. - 3 Marco) La tentazione di mollare viene anche a chi questa professione la fa (malamente, suo malgrado...) ancora. - 4 Saverio) L’inattività di per sé non è motivo di cancellazione per un professionista dopo tanti anni di onorato servizio. Ci sono fior di politici che non fanno i giornalisti da decenni e si guardano bene dal cancellarsi. Perché devi cancellarti tu? -5 Cristina) Per me e' impensabile che una persona così esca dall'ordine, mentre tanti che con questa professione c'entrano assai poco rimangano. Vorra' pur dire qualcosa...:-) -6 Bianca) Carissima, senza offesa per nessuno, sei sempre stata una fuoriclasse. -7 Giampi) Io da gente come te ho imparato tante cose tra le migliori di questo mestiere. Potresti insegnare un sacco di roba ai corsi di aggiornamento, nelle scuole, direttamente nelle redazioni. E invece... Che tristezza -8 Ale) Non sto a dire che fior di professionista sei perchè l'hanno detto altri e sottoscrivo parola per parola. Allora, ben fatto e in bocca al lupo! Che sia ora di smetterla con la sacralità' della professione? Con la tua scelta ci dici tante e tante cose e sempre con grande stile! Secondo stadio. Un'altra lei, Ester - Spiegami cosa devo fare per avere un lavoro, possibilmente nel mio campo. Tipo: mi han detto che so scrivere, nelle redazioni vorrei imparare a stare al desk ma in caso so anche svuotare cestini. Ho ricevuto qualche premio, che poi ho chiuso in delle scatole da riporre in soffitta dopo aver capito che valevano giusto il tempo di uno scatto fra direttore di testata importante e giovane sfigata giornalista coraggiosa dell'antimafia di strada. Ne ho salvati un paio, quelli umili. Non ho mai fatto marchette, ascoltato tutti, criticato molti. Quelli a cui ho bussato dicono che 300 euro di fisso al mese non se lo possono permettere. Ho provato con l'impegno nutrito di passione ma mi sono ritrovata il conto corrente prosciugato: anticipando, mettendo di tasca mia, benzina, mezzi pubblici e telefonate. E hai voglia a metterci l'impegno e la passione quando non hai più niente. Forza, mettici la passione e l'impegno che a inizio mese devi pagare l'affitto. Ma come, non ci metti passione e impegno e pensi solo all'affitto che devi pagare? Non riesci a fare inchieste decenti perchè pensi ad affitto e bollette? Ehhhhh ma allora non hai passione e non ti impegni abbastanza. "Mi spiace ma 300 euro di fisso al mese, figurati 400, la nostra azienda editoriale non può permetterseli". Ma che sia chiara una cosa: io andrò pure avanti ad apparire come la giovane sfigata giornalista coraggiosa di strada sembrando noiosa e lamentosa perchè non riesce a trovare un lavoro e che con fissa cadenza si sfoga pubblicamente su fb. Ma chi non si fa due calcoli per tirare fuori quel minimo di fisso al mese, che permetterebbe di far vivere e lavorare me come tanti altri coetanei e non che sono nella medesima situazione, fa più schifo di me. Gli altri - 1 MarMar) Cara, in questa Italietta vanno molto forte le parentele. Per non dire di amori, ideologie, fedi… Di certo il nepotismo è un motivo che ne blocca la crescita socioprofessionale. E allora non mi resta che augurarti di incontrare un baldo figlio di qualcuno, naturalmente di innamorarti di lui e …poi fammi sapere. - 2 Sandra) Con tutto il rispetto dovuto, io alla non più verde età di 50 anni ricevo ancora la "paghetta" mensile dai miei. Magari avrà ragione il collega Filippo Astone che sostiene quanto segue: "Solo i bravi riescono a vivere di giornalismo. Gli altri sono giornalisticamente degli incapaci e quindi è meglio che cambino mestiere". Io però credo che Astone non abbia ragione. In più di venticinque anni di giornalismo (di cui dodici da professionista) credo di aver fatto vedere di cosa sono capace. Il fatto però è che a questo punto è inutile mandare il curriculum in giro. Chi ti prende a cinquant'anni? I service, le redazioni vogliono carne fresca da poter frollare a loro piacimento. Non so chi mi trattenga dal fare come M. e dimettermi dall'Ordine. Forse mi trattiene il ricordo dell'emozione che provai, quel pomeriggio di luglio del 2003, uscendo dalla vecchia sede dell'Ordine di Lungotevere de' Cenci alla fine dell'orale. Nessuno me la può rubare. Neanche la disperazione. E allora sto qui. Aspettando non so bene cosa. -3 Marina) Ragazze, tenete duro. La disillusione è tanta e crescente, lo so. E forte la tentazione di dire all'Ordine: non sei tu che non mi vuoi, sono io che non ti voglio più. Però ...La nostra è ben determinata, nonostante abbia provato di tutto per fermarla. Inclusi patetici richiami al fatto che un giornalista resta tale per sempre, come i preti... Per inciso: un professionista che si sia dimesso può in qualsiasi momento chiedere di rientrare, pagando una tassa mi pare di 16 euro e ovviamente le annualità che nel frattempo sono maturate... -4 Risposta tombale di M.) L'esempio del prete è davvero calzante. Facciamo che sono un prete che da tempo non esercita ed è anche un po' disgustato dalle coperture offerte ai preti pedofili, e pertanto è determinato a gettare la tonaca alle ortiche e mandare a quel paese il Vaticano. Io NON voglio rientrare nell'Ordine, che considero (dopo tanti anni lasciatemelo dire) un istituto inutile e dannoso e obsoleto. (...) Dico solo la mia sui corsi di aggiornamento. Là fuori c'è un intero mondo di giornalisti ultracinquantenni e spesso ultraprofessionalizzati espulsi dalle redazioni, che nessuno vorrà mai più (parliamoci chiaro) e che si arrabatta penosamente e faticosamente e senza speranza. E a questi, cornuti e mazziati, tu vuoi ancora fare perdere tempo prezioso e denaro. Perché tutti quelli che dicono "ah ma dai, in fondo, che bello..." sono quelli che hanno ancora uno stipendio e il corso magari se lo fanno in orario di lavoro. Terzo stadio. Essere giornalisti o fare i giornalisti - 1 Saverio) Dobbiamo cominciare noi stessi a pensare che l’unica forma volontaria militante giornalistica, eticamente compatibile con l’attuale situazione, è creare lavoro per i giovani e per chi non ce l’ha. Lo dico senza polemica alcuna con nessuno. Ma convinciamoci che non è etico chiedere o svolgere lavoro gratis o sottocosto, perché in questo modo si toglie a qualcuno la possibilità di lavorare al giusto compenso. Invece di chiederci: cosa posso fare di bello senza spendere un soldo? Dobbiamo cominciare a pensare: cosa posso fare di bello per creare un’occasione di lavoro per qualche collega? Vale per tutti: l’Ordine, il Sindacato, gli altri organismi di categoria, le correnti sindacali. E ovviamente vale per i colleghi con i galloni, chi sta vicino agli editori e alle leve di comando. Vi prego di rifletterci, scatenando il vostro lato creativo e imprenditoriale, al pari della vostra voglia sindacale di premere in tal senso sulle aziende editoriali. E se lo farete vi ringrazierò anche a nome di E., M., Sandra e tutti coloro fra noi che sono lì lì per cambiare mestiere o che comunque stanno perdendo questo. Oggi ho parlato con una pubblicista laureata in legge che lavorava all’Ufficio stampa di un Istituto di credito. Considerata fra gli esuberi, è stata ricollocata come cassiera, con tanto di corsi formativi ad hoc. Vabbé dai, le ho detto, finalmente vedi un po’ di soldi… - 2 Eleonora) Mi ritrovo con l'approccio di Saverio. Mai accettare lavori non pagati o pagati male, la dignità non ha prezzo, ma d'altra parte credo che si possa fare giornalismo anche in forme non tradizionali. Lo dico a partire da un vissuto e da scelte precise. Da quando sono entrata nel mondo del lavoro, cioè a 19 anni, ho sempre avuto bisogno di un reddito quindi non ho fatto scuole di giornalismo né apprendistati non retribuiti. D'altra parte non ho mai accettato di fare stage gratuiti, sempre per quella faccenda della dignità. Da bambina mi chiedevano cosa vuoi fare da grande, e io: "la giornalista". Dopo la maturità ho mollato il paracadute familiare e ho capito che la via non poteva essere quella canonica. Ho studiato filosofia, l'ho amata profondamente. Per mantenermi ho fatto tanti "lavori non nel mio campo", dalla panettiera alla cameriera passando per ogni sorta di esperienza. Sono stati anni utilissimi per la mia formazione personale e politica che non scambierei per niente al mondo con un percorso tradizionale. Dopo la laurea ho continuato a studiare, formarmi ed aggiornarmi, imparare cose nuove. Soprattutto, facevo politica. Ho preso intanto il tesserino da pubblicista. Ho incrociato Liberazione e ho cominciato a scrivere articoli, mi pagavano e mi insegnavano il mestiere, poi da lì si sono aperte altre strade. Il lavoro da bibliotecaria part time mi garantiva un reddito. Va detto che mi piace fare la bibliotecaria, come mi piace fare la giornalista. Credo che mi piacerebbe qualsiasi lavoro che mi permette di continuare a pormi delle domande. Oggi a 40 anni, i "miei" giornali hanno chiuso, le redazioni con cui avevo contatti non rispondono manco più alle mie mail, qualcuno ha preso ma non ha mai pagato. Ho deciso che smetto di bussare alla porte e che voglio trovare altre vie. Quello che ho costruito nei dieci anni trascorsi sembra che sia stato spazzato via. Qualche anno fa mi è stato chiesto di realizzare un sito per una rete di servizi, lì ho riversato competenze e passione. Oggi ha 140mila contatti all'anno e sto cercando una via perché da questo sito arrivi un piccolo reddito. Non è una testata giornalistica ma quello che faccio lì ha molto a che fare con il giornalismo. Ci metto la deontologia, la tecnica e anche il senso del giornalismo: dare una corretta informazione, andare alla fonte. La regola aurea: se lavoro per un "padrone", quello mi deve pagare. Il lavoro gratis è per la militanza. Sono io a mettere il confine tra ciò che è militanza da ciò che non lo è. Penso che ci possa essere un giornalismo ben fatto che non dà reddito ma che dà senso e dà frutti. Magari non dà visibilità né prestigio. E va beh. Volevo fare un'inchiesta sull'aborto, ma non ho i contatti giusti per arrivare ai giornali mainstream (che forse non la pubblicherebbero?), altri non mi hanno mai risposto. Ho messo su un blog e la sto facendo in autonomia. Nessuno mi paga, non devo niente a nessuno. Ci metterò un sacco di tempo. Lavoro di notte, è faticoso. Troverò il modo di farla uscire, in un modo o nell'altro, di propagare i semi. Pago l'iscrizione all'Ordine, con tutti i limiti che so, un po' perché mi è utile e un po' perché mi rassicura. In certe situazioni è stato utile esibire il tesserino, una sorta di "certificazione" quando non hai nessuna testata dietro. Mi è utile per i corsi di aggiornamento: a me servono e mi serve che siano obbligatori. Imparo cose che non so, mi obbligano a metterci la testa. La realtà cambia di continuo, così gli strumenti. L'aggiornamento è necessario ed è pure divertente. E ancora: mi piace andare alle mostre, esibire il tesserino e spesso non pagare il biglietto (sì!). E' rassicurante essere iscritta all'Ordine perché mi dà il senso di appartenere a una comunità professionale, con cui posso scambiare opinioni, anche se a distanza, e a cui eventualmente posso chiedere aiuto. E' una tiepida illusione di appartenenza. Forse ha la funzione magica del "pezzo di carta", come il certificato di laurea e quello di maestra di yoga. Forse è solo per testimoniare a me stessa che in fondo ho raggiunto un obiettivo che mi ero posta. Ma perché no? Sentire di avere raggiunto un obiettivo è salutare. Poi, certo, gli obiettivi cambiano e tutto è in movimento continuo, anche l'identità.
       
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