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Il procuratore, onnipotente per decreto (188/2021), e la libertà di stampa
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Il procuratore, onnipotente per decreto (188/2021), e la libertà di stampa

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Il consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti ha discusso del decreto legislativo 188 del 2021, in vigore dallo scorso 14 dicembre. Ne ha discusso l’altro giorno sulla base di una ricca e chiara relazione ad opera del collega Gianluca Amadori. Alla quale mi rifaccio. Per intenderci si tratta del decreto al quale è stato spesso associata la parola “bavaglio”.

E di “bavaglio” si tratta, per i giornalisti, per l’informazione, per i cittadini, la cui gravità non è stata forse percepita. Riassumo. Il decreto in questione recepisce una direttiva europea, che impone regole ai magistrati rispetto alle modalità di diffusione delle informazioni relative ai procedimenti penali, a tutela della “presunzione di innocenza”, come peraltro prevede l’articolo 27 della Costituzione (“L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”). Ma va, purtroppo, oltre, senza toccare l’attività giornalistica, limitando però la diffusione e dunque la conoscibilità di notizie di cronaca nera e giudiziaria, per quanto di rilevante interesse pubblico. Come? Concentrando nelle mani del procuratore della Repubblica il potere di decidere quali notizie possano essere fornite all’opinione pubblica e quali no e comunque soltanto attraverso comunicati stampa (diramati direttamente dal procuratore o da lui espressamente delegati alle forze dell’ordine) o conferenze stampa (“nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti”).

Le informazioni sui procedimenti in corso devono essere “fornite in modo da chiarire la fase in cui il procedimento pende e da assicurare, in ogni caso, il diritto della persona sottoposta a indagini e dell’imputato a non essere indicati come colpevoli fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili”. Fino, dunque, al terzo grado di giudizio. Il problema non sta nella salvaguardia della “presunzione di innocenza”. Sta nella discrezionalità del procuratore (che decide anche per polizia o carabinieri) e persino nei tempi della Procura. Di un omicidio o di una truffa, spetterà al procuratore decidere quando dare notizia. Nella forma consentita: comunicato o conferenza stampa. Nella completezza o nella incompletezza, secondo valutazione.  Il procuratore potrebbe dunque scegliere pure il silenzio. Oppure il rinvio, dopo magari un rinvio.

Ovviamente ci sono procuratori che interpretano questa norma in modo meno restrittivo, altri che calcano la mano. Succede così che i nomi degli indagati scompaiono, anche se i nomi sono in molti casi elemento essenziale dell’informazione, che i tempi si dilatano, che la cronaca si immiserisce.

Qualcuno obietterà che la direttiva europea e il decreto 188 non vietano la diffusione dei nomi di persone coinvolte in procedimenti penali, se la notizia è di interesse pubblico. Se la dovrà vedere però il procuratore capo: dovrà scegliere, questo sì, questo no. Gli altri magistrati, polizia, carabinieri, in caso di violazione, dovranno subire “l’applicazione delle eventuali sanzioni penali e disciplinari, nonché l’obbligo di risarcimento del danno… “. Con la conseguenza che gli unici a poter liberamente comunicare sono gli avvocati, con evidente rischio di un’informazione sbilanciata dalla parte della difesa, che farà uscire soltanto i particolari a lei favorevoli.

Alla fine il Consiglio nazionale ha approvato un ordine del giorno, in cui si evidenzia “con preoccupazione il concreto rischio di una compressione/limitazione del diritto dei cittadini ad essere correttamente e compiutamente informati a seguito dell’entrata in vigore del decreto legislativo 188/2021 che rende più difficoltosa la diffusione delle notizie relative a procedimenti penali (omettendo addirittura i nomi delle persone arrestate nei casi di rilevante interesse pubblico)…”,  perché si affida ad una sola persona, il procuratore della Repubblica, il potere, “un potere incontrollato”, di decidere quali storie, quali crimini, quali delitti e quando i cittadini possono conoscere.

Nella discussione in consiglio mi sono intromesso anch’io. Non per competenza specifica, ma sospinto dal ricordo di quanto aveva scritto una nostra straordinaria collega, giornalista, Camilla Cederna, a proposito di una ufficialissima conferenza stampa. Ho invitato a rileggere quel brano, che risale a ben più di mezzo secolo fa, grande scrittura, grande cronaca, grande indignazione. Riassumo. Si era in una stanza della questura di Milano in via Fatebenefratelli, nello studio del questore Marcello Guida, ex direttore in epoca di fascismo imperante del carcere confinario di Ventotene, la notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969. Giuseppe Pinelli era morto “volando” da una finestra di quel palazzo, che fu sede di una scuola. Da una parte il questore, il capo dell’ufficio politico Antonino Allegra, il commissario Calabresi, altri funzionari. Dall’altra i giornalisti. Con Camilla Cederna, Corrado Stajano, Giampaolo Pansa, Renata Bottarelli, Giampietro Testa. Cito. Camilla Cederna riferisce le parole del questore: “Era fortemente indiziato di concorso in strage… era un anarchico individualista… il suo alibi era crollato… non posso dire altro… si è visto perduto… è stato un gesto disperato…”. Allegra incalza: “Era un esponente anarchico”. Calabresi conferma: “… è risultato collegato a persone sospette… le sue implicazioni erano politiche…”.

Mi sono chiesto e ho chiesto dove saremmo arrivati se quei giornalisti e molti altri colleghi si fossero accontentati delle conferenze stampa ufficiali, dei comunicati ufficiali (di un capo del governo o di un ministro degli interni o del procuratore capo). Per nostra fortuna il senso di responsabilità, lo spirito critico, il dovere professionale della ricerca della verità sospinsero quei giornalisti e altri giornalisti a dubitare delle “veline”.

Pensando a quella storia, ho cercato di rappresentare quanto mi sembri grave quel decreto legislativo, una lesione alla democrazia, perché condiziona il lavoro dei giornalisti, perché impone di fatto il controllo dell’informazione, perché deprime un diritto dei cittadini.

Ho chiesto che attorno a quel tema, “diritto all’informazione- salvaguardia della democrazia”, si provasse a sostenere una battaglia pubblica, spiegandone il valore a tutti i cittadini, a coloro almeno che avessero ancora voglia di ascoltare e capire.

C’è da aggiungere che, contemporaneamente ma in piani ben più alti, partiti di maggioranza e ministra Cartabia discutevano di riforma del Csm. Inatteso è spuntato un altro argomento che ha fatto deragliare il confronto, perché Enrico Costa, ora “calendiano” dopo essere transitato da Forza Italia ad infiniti altri raggruppamenti, si è preso la parola per difendere la norma prevista dagli emendamenti Cartabia, norma  che introduce appunto sanzioni disciplinari per i magistrati che non rispettano le nuove direttive sulla presunzione d’innocenza, e ha chiesto che fosse ritirato ufficialmente l’emendamento del Pd, contro le sanzioni. Al ritiro si è invece opposto il M5s. Si è aperto il dibattito. Più che dibattito, polemica tra pentastellati e Costa: “Non state ai patti”. Tutto rinviato.

di Oreste Pivetta

       
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