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Lavoro, ogni anno va peggio
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Lavoro, ogni anno va peggio

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Redazione
 

A proposito di diritto del lavoro riproponiamo un articolo di Michela Murgia, ch’era stato pubblicato su Repubblica il 20 aprile 2016, ma che è e resta pienamente attuale. Dal 1997, anno del "pacchetto Treu", al 2015, anno del Jobs Act, si sono susseguiti governi di centrosinistra e di centrodestra che hanno, chi più chi meno, picconato i diritti dei lavoratori creando contratti anche fantasiosi, appetibili solo per le imprese. Certo, è una sintesi molto stringata di un problema complesso. Ma alla fine sono i risultati a parlare. E i risultati, se si esclude l'aumento del tasso di occupazione - drogato in verità dall'adozione di contratti atipici - sono sotto gli occhi di tutti: retribuzioni al di sotto della media UE, crollo demografico, welfare in disarmo. Una crisi sociale in atto da quasi trent'anni che sembra non voler finire. 

Sono passati dieci anni da quando il precariato divenne un argomento di moda nei talk show e nei comizi, e ce li ricordiamo ancora tutti i politici nei salottini televisivi pontificare che non bisognava definire "precarietà" quel deflusso dei diritti legati al lavoro; dovevamo chiamarla "flessibilità", parola ambigua che evocava l'immagine di cose leggere e forti, il legno dell'arco e le chiome piegate dei giunchi al vento. Ma già a metà degli anni Novanta erano cominciate le prime leggi sul lavoro: ci dissero allora che quelle riforme erano moderne, poi che era l'Europa che ce le chiedeva, e che dovevamo essere contenti che le nuove generazioni avessero l'opportunità di vivere per anni motivate dalla prospettiva di non sapere se tre mesi dopo il loro contratto sarebbe stato rinnovato.
Nessuno con un briciolo di buon senso credette alla favola dell'aumento delle retribuzioni in cambio della perdita dei diritti e infatti qualche anno dopo arrivò la crisi e gli stipendi scesero alla stessa velocità con cui gli ultimi diritti rimasti se ne stavano andando. Furono gli scrittori tra i trenta e i quarant'anni - Nove, Bajani, Desiati, Platania, Baldanzi, Falco, Incorvaia e Rimassa - a raccontare per primi quello che stava succedendo, ma c'è voluto tanto tempo ancora perché un'istituzione, calcoli alla mano, si rendesse conto che il disastro che allora annunciavamo come possibile è già diventato probabile.

I termini della denuncia del presidente dell'Inps (Tito Boeri ndr) sembrano persino ottimistici: è credibile che alla pensione non ci arrivino neanche migliaia di uomini e di donne degli anni '70 e '80, che si riconosceranno senza sforzo nella descrizione del percorso lavorativo a ostacoli che Boeri indica come tipico dei trentenni. Tutti loro, fratelli maggiori e minori, hanno avuto un futuro non più lungo dei loro rinnovi contrattuali e un presente fatto di stipendi a forfait, incarichi a progetto senza il progetto, collaborazioni permanentemente saltuarie, finte partite Iva e stage eterni mai retribuiti. Quegli uomini e quelle donne non sono una generazione perduta, come li ha definiti icasticamente Boeri (prima di lui Mario Monti al Meeting di CL nell'agosto 2012 ndr), perché sono qui, sono vivi, ci camminano accanto e saranno sempre di più: ciascuno è lì coi suoi sogni non realizzati, le scelte che con più sicurezze lavorative si sarebbero potute fare, i figli mai generati per la paura di non avere abbastanza per crescerli e la pensione dei genitori come estremo paracadute.
In quella generazione depredata è l'Italia che si è perduta, sacrificando milioni di intelligenze, di idee e di potenzialità all'avidità di una parte del mondo industriale, quello che conta, convinto che la vita di quelle persone non sia una risorsa, ma un costo da abbassare fino a metterlo in concorrenza col più basso salario al mondo. 

Non è la pensione la speranza perduta dei trentenni: è il futuro.

       
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