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Perché il giornalismo, come tutte le cose preziose, va pagato...
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Sindacale

Perché il giornalismo, come tutte le cose preziose, va pagato...

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Marina Cosi Nessuna valutazione
 

Poi si lamentano che i giovani vanno all'estero a lavorare. E non tornano. Ovvio, sono giovani e dunque fanno quel che gli ormoni suggeriscono: si innamorano, prendono casa, restano lì e in Italia non ci tornano più, se non d'estate o a Natale per trovare la mamma (ma mica tutti). Chi opera online può anche restare in Italia, ammesso che riesca a essere retribuito e magari (miracolo!) a fare carriera. Ma per la maggioranza purtroppo non va così. Anche nell'editoria. Un po' meglio (poco) va nell'editoria libraria, che però pure si è concentrata - restringendosi, basti guardare alla Mondadori e a tutti marchi satelliti acquisiti, ora radunati anche fisicamente a Segrate, tranne i marchi torinesi. Le edicole che resistono lo possono fare trasformandosi in centri di raccolta (Amazon per lo più) nei quali lo spazio per i quotidiani si riduce ad un angolo...

Non importa insomma chiedersi se la causa della rarefazione del giornalismo sia dovuta al cambiamento epocale dell'informazione, sostituita dalla "gratuità" online (notare le virgolette), o dal cambiamento quasi genetico dell'homo (o foemina) legens. Persona che un tempo era un/una cittadino/a dalle idee ben radicate e con un partito di riferimento e ora invece "dipende" e sempre meno prende posizione (basti guardare al crollo degli elettori attivi per le votazioni soprattutto politiche). Per cui se un prodotto diventa senza identità e la "materia prima" si trova comodamente online (illusione, ma vaglielo a spiegare) perchè mai, caro giornalista, dovrei pagarti per questo lavoro di elaborazione quando faccio prima a cercarmelo da solo in rete o meglio ancora mi arrivano i link a valanga direttamente su posta elettronica, chat o comunque con proposte non appena accendo il computer?? Illusi.

Il giornalismo, quello vero, che seleziona e cerca, proprio ora serve più che mai, ora che bisogna trovare la pepita nascosta in un mare di fuffa. E di giovani che ci credono ce ne sono ancora, per nostra fortuna. Si laureano, frequentano le scuole di giornalismo, ma di futuro in carriera ne hanno pochino. L'amaro paradosso è che spesso trovano più facilmente lavoro per l'altra parte della barricata, ossia aziende e società cui servono menti agili e in grado di selezionare il vero o il nuovo e metterlo in luce.

Ma noi ci aggrappiamo alla speranza (speranza, non illusione) che il sapiens è tale perchè è curioso e capace di elaborare il nuovo. Nuovo che qualcuno però gli deve fornire fissandolo nero su bianco (o scalpello su pietra). E da che c'è parola c'è stato un narratore, un cantastorie, uno storico, un cronista appunto. Qualcuno obietta che oggi basta l'intelligenza artificiale che poi si fa autogenerativa, secondo criteri impostati di selezione, codifica, previsione... Direi che invece l'obiettivo è quello che ciascuno impari (ovvero gli vengano insegnati i criteri; per questo esistono le scuole, anche di giornalismo) a utilizzare correttamente, ai fini del proprio obiettivo d'informazione, il web ovvero questo vastissimo e prezioso archivio di notizie, storie, dati, documenti, ricerche, leggende, balle, truffe...

M.C.

       
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