Di Beppe Ceccato
Contestualizzare e reagire. Può sembrare una ovvietà, ma questi anni insegnano che non lo è affatto. Riuscire a vedere chiaro fra troppe ombre e news confusamente accavallate da social, giornali schierati e “faker” di professione fa perdere al giornalismo la strada maestra, quella segnata dall’onestà intellettuale e dalla Costituzione.
Il mondo evolve - e meno male! Il restare ancorati a paradigmi desueti non fa bene né alla categoria né all’informazione. Lo stiamo vedendo da anni, soprattutto noi che siamo impegnati nel sindacato di categoria. Nuova Informazione, sin dalla sua nascita, ha scelto di mettere a fuoco il lavoro giornalistico contestualizzandolo nella società, facendo dunque necessariamente politica schierata, ben consapevoli che la realtà va sempre letta su più piani. Non abbiamo una ricetta in tasca ma dei punti fermi da cui non transigere: il rispetto della notizia e della professione e il muoversi nelle regole di uno Stato democratico.
Le grandi trasformazioni tecnologiche, nate come ansia di libertà e desiderio di condividere la conoscenza, si sono rivelate essere delle gabbie sempre più anguste. Un ossimoro? Alla presunta libertà di avere tra le mani tutto ciò che è disponibile corrisponde un’involuzione dei principi democratici, un’insofferenza verso regole e principi che spesso porta a stravolgere notizie e storia.
Mai come ora il ruolo del giornalista è fondamentale: viviamo nell’approssimazione, nella mancanza di schiena dritta, spesso impossibilitati a svolgere il nostro lavoro perché bisogna rendere conto non ai cittadini ma ai poteri di turno. Una melassa informe che fa perdere credibilità a un ruolo difficile e potente che la nostra carta costituzionale ci ha affidato dal 1948. La responsabilità di questa deriva che ci sta portando all’inconsistenza è anche nostra, va ribadito. Nostra e di editori indegni di questo nome.
Contestualizzare e reagire, dunque. Cambiano i supporti per fare giornalismo ma le regole deontologiche sono sempre le stesse, più che mai vive e necessarie. La forza di un sindacato non è rincorrere e tamponare ma avere obiettivi chiari e azione. In tutti questi anni di crisi abbiamo corso trafelati, acconsentito, ceduto, limato, seguendo il mantra “aiutiamo i colleghi come possiamo”. Dobbiamo trovare il coraggio di riscrivere un contratto compatibile con la rivoluzione tecnologica che fissi dei punti fermi per il bene della categoria e dei cittadini, facendo tesoro di quello che siamo stati ma aperti a riscrivere le regole del nostro lavoro nelle redazioni (la minoranza netta dei colleghi) e tra i colleghi liberi professionisti.
La reazione di una categoria prevede secondo noi dei BASTA! Basta con inutili duelli correntizi, la posta in gioco è alta, ne va di una professione costituzionalmente tutelata. Basta con l’accettare passivamente - lo facciamo da anni - una crisi che ci sta portando all’abisso. Basta pensare per compartimenti stagni, i giornalismi si definiscono tali nei mezzi di divulgazione della notizia, ma il giornalismo come essenza del mestiere è uno solo. Basta con rivendicazioni inutili che hanno vita breve e ci costringono all’oblio. Ciò di cui abbiamo bisogno è un poderoso contrattacco culturale che coinvolga i giornalisti e gli enti di categoria, sindacato in primis.
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