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Andare avanti, andare oltre: l’intervento di Guido Besana

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Redazione
 

Una rete delle giornaliste e dei giornalisti per la Costituzione: se n’è parlato il 18 marzo in un confronto pubblico organizzato presso la sede di Libera a Roma. Ad aderire all'iniziativa, nelle settimane precedenti, era già stato un folto gruppo di giornalisti che hanno firmato un testo programmatico. E ieri sono state tante le voci che si sono susseguite durante l’incontro. Qui sotto, quella di Guido Besana.

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Partiamo dalla domanda: dove vogliamo andare? È una bella domanda. Chi sei, dove vai, cosa vuoi. Ha ragione il collega Vittorio Di Trapani: viene in mente “Quelo” (il disilluso guru "inventato" da Corrado Guzzanti, ndr). Però non vorrei che ci riducessimo a miagolare nel buio, sempre per citare Corrado Guzzanti - il migliore della famiglia, a mio parere.

Perché il momento è grave e c’è poco da scherzare. Siamo di fronte a un potere esecutivo che ha esautorato il legislativo, che sta aggredendo in maniera devastante il giudiziario. E il quarto potere, possiamo dirlo, è nel mirino da tempo: siamo passati da iene dattilografe a orpello.

Perché ormai siamo un orpello in un mondo in cui la comunicazione e l’informazione sono oggetto di disintermediazione totale da parte della politica, da parte dell’esecutivo. E quindi, francamente, parlare oggi di par condicio significherebbe dire che dobbiamo imporre cinque minuti di Bersani dentro un video di Salvini su Facebook, fatto da Salvini stesso. Non è possibile. Ormai bisogna ripensare molto, e ripensare molto bene le cose. 

Mi permetto di dire: anche la contrattazione. Ricordo che il sindacato e la contrattazione stanno nella Costituzione, all’articolo 39, proprio perché è una Costituzione che all’articolo 1 dice “fondata sul lavoro”.

Rinnovo del contratto: sono dieci anni che è scaduto. Andiamo agli scioperi. La categoria su questo deve essere totalmente unita e compatta, anche chi è fuori da quel contratto, anche chi è fuori da quelle forme contrattuali. Perché rinnovare quel contratto significa riprendere un cammino verso un futuro che è necessariamente diverso dal passato. Ma non possiamo permetterci di dividerci su questo. Quindi andiamo avanti tutti insieme.

La mia aspirazione, però, oggi è anche un po’ quella di andare oltre: uscire, respirare, provare a pensare e a inventare. Mi permetto di dire che abbiamo un contratto di lavoro nato nel 1911, che si applica a lavoratori definiti da una legge del 1963, che si riferisce a una legge sulla stampa del 1948 (l’ultimo provvedimento varato dalla Costituente) e che si muove nell’ambito di una legge sull’editoria dell’81.

Nella legge sulla stampa c’erano i giornali murali. Nella legge sull’editoria dell’81 ci sono quotidiani, periodici e agenzie di stampa. Non c’è neanche la TV pubblica. Non c’è nulla di ciò che oggi esiste nel mondo digitale e multimediale.

Negli anni abbiamo modificato, riscritto, trattato, cercato di conservare il nucleo fondativo della nostra idea di contrattazione. Solo che, ormai, il bambino sta annegando nell’acqua sporca.

E allora credo che in futuro dovremo avere il coraggio di fare una grande operazione di ricostruzione dalle fondamenta. Abbiamo un contratto di circa 200 pagine, pieno di norme transitorie e note verbali, perché nel tempo si sono aggiustate le cose.

Io, che a volte mi sento un po’ eretico, ho provato - con attenzione e diligenza, cercando il prompt giusto e circostanziato - a farlo riscrivere a Claude, l’AI di Anthropic, quella più adatta a questo tipo di lavori. Sono venute fuori 11 pagine. Da 200.

Credo che si debba capire quali sono le cose fondamentali. Rileggendo il contratto, a me verrebbe da riscriverlo in 12 articoli.

Faccio una piccola provocazione, visto che c’è qui Carlo Bartoli, presidente del CNOG, e mi permetto di provocare un amico di lunga data: io vorrei togliere dal contratto l’articolo 35, quello che riguarda i praticanti.

Perché vorrei che i praticanti non fossero più nelle mani del datore di lavoro. Forse perché sono legato a un’antica, strana, vecchia idea - fuori dal tempo - di una via unica di accesso alla professione: una laurea magistrale, un esame di Stato, come per le altre professioni. O forse perché credo che i più deboli vadano tolti dalle grinfie del padrone e che, attraverso la contrattazione, si debba trovare una soluzione diversa.

Una soluzione per i praticanti, per gli articoli 2, 12, 36, per i co.co.co., per le partite IVA, per i precari. Per i deboli, troppo spesso esclusi.

E forse questo sarebbe possibile in un mondo in cui, nel nostro ecosistema, stanno anche altre creature - diverse geneticamente - che non sono i giornalisti tradizionali. E magari una metà di quelli che oggi sono dentro l’Ordine senza che si capisca perché, vengono accompagnati fuori: visto che non fanno questo lavoro, non hanno reddito da questo lavoro e non hanno contributi da questo lavoro. La vecchia storia dei dati dell’INPGI confrontati con l’albo.

Ripartiamo da riflessioni, se possibile, eretiche. E butto lì una proposta: ricominciamo a parlare di queste cose appena possibile, in un’altra occasione. Teniamoci in contatto, magari partendo dall’articolo 1 della Costituzione. Partendo dal lavoro. E pensando al lavoro.

       
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