Sono i più numerosi, i più poveri, i più esposti al carovita: è la condizione dei giornalisti lavoratori autonomi, a cui rispondono le “tabelle minime professionali 2026”, presentate il 20 marzo scorso nella sede dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti dal presidente Paolo Perucchini e dalla Commissione Lavoro Autonomo Lombardia (Clal), presieduta da Simona Fossati. È stata anche l’occasione per parlare di equo compenso e di precarietà nel lavoro.
Le tabelle lombarde, approvate da Alg a dicembre scorso per i colleghi freelance della Lombardia, sono il frutto di un lavoro accurato che ha preso in esame le proposte di retribuzione libero professionali elaborate a partire dal 2000, in particolare le più recenti, e ha valutato esempi di retribuzione reali in Italia e all'estero. La formula si rivolge in primo luogo ai giornalisti a partita Iva retribuiti dietro presentazione di fattura.
I compensi tengono conto delle spese che deve sostenere un professionista che vuole realizzare un lavoro di qualità e crescere con strumenti e formazione adeguati. Al momento le tariffe interessano una forte maggioranza dei freelance lombardi e, tendenzialmente, tutti. Negli intenti, si tratta di una presa di posizione storica su una questione retributiva che chiama riflessioni urgenti anche al di là dei confini regionali.
Un po' di numeri.
Tra il 2019 e il 2023 – un arco di tempo che ingloba il passaggio nel 2022 dei giornalisti dipendenti all’Inps – le posizioni attive nell’Inpgi sono cresciute da 23 mila a 26 mila. Tra freelance e cococo i giornalisti lavoratori autonomi si avviano a doppiare i colleghi assunti nelle redazioni. Tuttavia, per quanto riguarda i redditi, il 70% dei freelance guadagna meno di 25 mila euro all’anno. Il Rapporto sul Giornalismo Italiano della Fondazione Murialdi riporta una retribuzione mediana di 15 mila euro annui per gli uomini, 13.500 per le donne: circa un quarto rispetto ai livelli medi dei giornalisti dipendenti.
Lombardia e Lazio insieme fanno il 56% dei giornalisti iscritti all’Ordine, circa 60 mila; di questi, oltre metà non è contribuente, e quindi non lavora (o lavora ed evade la contribuzione Inps o Inpgi, un dato che da solo meriterebbe un’inchiesta). Ma dei restanti, almeno 9 mila contribuenti solo Inpgi (questa è una stima), vivendo tra Milano e Roma, devono far fronte con bassi redditi all’alto costo della vita.
Questo scenario potrebbe risentire dei nuovi fattori di incertezza. Ne citiamo due ormai attualissimi: gli effetti dell'intelligenza artificiale e l'ingresso di editori “global” nel panorama giornalistico italiano.
L’IA, è ormai integrata nei programmi di scrittura usati nelle redazioni. Riscrive gli articoli e assembla notizie. Sui media, il fattore umano potrebbe contare sempre meno: l’avvento della scrittura “robotica” rischia di rendere potenzialmente qualunque giornalista un costo evitabile. Gli editori del futuro sapranno scommettere sulle persone (e sugli iscritti all’albo) o, affascinati dal fatto che la notizia prodotta da un chatbot costa meno, taglieranno redattori e, magari ancor prima, collaboratori esterni?
A noi piace pensare che un imprenditore accetta delle sfide, e che una di queste stia nel fare un’informazione seria, di livello e di qualità attraverso l’occhio, l’esperienza, la penna di un professionista. Assunto o ingaggiato a partita Iva poco importa: scommettere sul giornalista fa bene all’informazione perché questi riporta avvenimenti come li vede l’uomo (informato) e non un algoritmo.
Scommettere sul fattore umano fa bene anche all’editore? Probabilmente sì. Indagando la propensione all’ottimismo di 1.280 tra medici, dentisti, notai, avvocati iscritti ai rispettivi ordini, uno studio dell’Osservatorio Confprofessioni rivela che, pur in un contesto italiano “pessimista”, i titolari di un’azienda con più dipendenti o quelli che sono stati capaci di assumere personale nell’ultimo anno guardano al domani con tre-quattro punti di ottimismo in più. Chi crede nella relazione umana risparmia probabilmente di meno, eppure di fronte alle crisi vede meno nero.
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